La prima volta non si scorda mai. E quando si tratta di uno show a San Siro non può che essere così. Ce lo dimostra lrama che giovedì 11 giugno ha calcato per la prima volta il palco dello Stadio Meazza di Milano con un concerto concepito a metà tra festa e ringraziamento da condividere rigorosamente con il pubblico. Mentre l’artista ci parla, infatti, non c’è alcuna nota autocelebrativa – cosa che pure potrebbe permettersi, a questo punto della sua carriera – ma la voglia di celebrare insieme un momento nel segno dell’emozione.
Non a caso l’intero spettacolo è stato pensato per il massimo coinvolgimento delle persone, chiamate fin dall’inizio a dir poco sorprendente a vivere un’esperienza collettiva in un saliscendi emotivo. Iniziato letteralmente con il naso all’insù.
Un inizio a sorpresa, direi, e dall’alto.
Sì, da una terrazza panoramica bellissima da cui si vede tutto San Siro con una versione acustica di Tu no: l’ho voluta un po’ intimista per cercare di far cantare di più le persone. Per me è quasi un prologo, un momento per connettermi con loro, per ringraziare chi ha scelto di esserci. Nella mia testa è stato proprio pensato come un “grazie, di essere qui insieme a me”. Volevo partire non con fuoco e fiamme, ma al contrario, con l’intimità totale. Io (a a sessanta metri d’altezza!) e le persone che cantiamo insieme.

Come hai studiato l’aspetto scenografico?
Il palco è stata una chicca perché abbiamo fatto questo palco LED che nessun altro artista italiano ha ancora presentato. Ammetto di aver rotto le palle fino alla morte per averlo! È interamente LED con i visual a terra e non soltanto alle mie spalle, il che dà alla scenografia una chiave completamente diversa e finisce con questo cerchio proiettato il più possibile al centro della platea.
In merito alla scaletta, come l’hai costruita?
Ho pensato di strutturare lo show in momenti diversi inserendo anche qualche pezzo dei primi dischi. Ovviamente, per chiudere entro le 23:30 ho dovuto sacrificare qualcosa rispetto a ciò che avrebbero voluto i fan anche perché, crescendo, è sempre più difficile fare le scalette. Quando sei agli inizi, magari con un paio dischi, è più semplici ma al settimo…. E ci sono brani che non puoi togliere…
Ora che ci penso stanno effettivamente iniziando a essere un bel po’ già adesso che sono, secondo me, a metà del mio percorso…. Almeno una decina direi. Ma su questo ho le idee chiare: per me, questo San Siro, doveva giustamente durare un po’ di più degli altri concerti, ma non troppo.
Non sono d’accordo con l’idea del concerto infinito. Spero che chi lo guarda non pensi mai: «Ma quando finisce?». Anzi, spero che rimanga un po’ la voglia di tornare a vederci.
Però San Siro è San Siro, immagino.
Certo e credo che sia stato giusto dare di più, perché San Siro richiede più tempo, ovviamente, per rispetto. Però non volevo neanche eccedere, perché altrimenti, secondo me, si ottiene l’effetto contrario e diventa un’esperienza che, almeno dal mio punto di vista rischiava di essere troppo lunga. C’è a chi piacciono quattro ore di concerto ma, io, dopo due ore da spettatore, inizio a pensare “anche meno” (sorride, ndr).
Parlavi di momenti nello show. Come avete lavorato sul suono dello spettacolo?
Dietro tutto c’è la direzione artistica di Giulio Nenna e del mio team storico. Siamo persone abbastanza ossessive quando lavoriamo, quindi abbiamo costruito il concerto dividendolo in tre grandi sezioni. C’è una parte più legata alle ballad, quindi più intima e raccolta. Poi c’è una sezione fortemente influenzata dalla cultura flamenca, che negli ultimi anni sta contaminando sempre di più anche le mie radici musicali. Infine c’è una parte più leggera e ballabile, legata a quel mondo sonoro di Nera, Mediterranea e di altri brani di quel periodo.


Da lì si arriva a un finale molto molto organico e suonato, estremamente colorato. Abbiamo cercato di costruire uno spettacolo pieno di cambi di atmosfera perché se non si fosse capito la mia paura più grande, durante un concerto, è annoiare…
Ti sei annoiato spesso da spettatore?
Credo che dipenda proprio dal fatto che mi annoio facilmente io per primo. Sono ossessionato dalla durata e dal ritmo di uno show. Per me un concerto deve essere divertente e deve lasciare qualcosa. Il che non significa che debba essere corto. Anzi, ribadisco, a San Siro è giusto dare più tempo al pubblico. Però non volevamo nemmeno esagerare. Se uno spettacolo diventa troppo lungo rischia di ottenere l’effetto opposto.
È una cosa molto soggettiva, naturalmente. C’è chi ama concerti di quattro ore. Io, da spettatore, dopo due ore o poco più inizio a pensare: “Va bene, anche se sei Michael Jackson, forse adesso basta così! (sorride, ndr)
🔍 Eros Ramazzotti negli stadi: «Dopo quasi 30 anni torno a San Siro, questa musica è per voi»
Non ti chiediamo allora qual è stato l’ultimo concerto che ti ha annoiato…
No, quello non si può dire! Però il punto è che mi annoio quando tutto resta uguale. Ad esempio adoro i momenti acustici: probabilmente sono la mia parte preferita di un concerto. Ma se tutto lo spettacolo fosse acustico, dopo un po’ mi stancherei. Secondo me il momento intimo funziona proprio perché arriva dopo qualcosa di diverso. È una questione di contrasti.
Come una bella vista: se la vedi tutti i giorni ti abitui, se invece la ritrovi dopo un po’ di tempo la apprezzi molto di più. È importante offrire sapori diversi durante uno spettacolo. Un po’ come nel cinema: ogni scena valorizza quella successiva. Per questo mi piace alternare continuamente linguaggi e atmosfere.
Hai annunciato San Siro durante Sanremo 2025. Quante volte, nella tua mente, questo concerto è cambiato?
Beh, è cambiato un po’ di volte…. anche per motivi logistici e per le persone coinvolte. In base alle persone alcune cose le puoi fare e altre no. Quindi sicuramente si è dovuto adattare un pochettino però l’impianto c’è sempre stato. Pensa, e mi fa sorridere, che la base l’ho disegnata, abbozzata, su un foglietto di carta prima di affidarmi a un sacco di professionisti che collaborano per fare in modo che tutto succedesse.
Perché in live a San Siro canta una persona sola ma ci sono tantissimi professionisti che lavorano insieme per realizzare un evento con così tanta gente.
Come vivi, in generale, il momento sul palco?
Ti dico, solo una volta mi è capitato di godermelo veramente. Credo fosse il quinto o sesto Forum di Assago della mia vita e quella è stata l’unica volta in cui mi sono emozionato davvero e me lo sono goduto. Mi è dispiaciuto perché ogni volta è come se corressimo dietro alle cose per fare sempre meglio e il rischio è di non godersi il momento. Ecco, questo San Siro volevo godermelo, divertirmi ed emozionarmi condividendo una festa speciale. E, in qualche modo, anche umanizzarlo perché alla fine è semplicemente un posto pieno di persone, quindi di esseri umani.
Vedi San Siro come un traguardo o un punto di arrivo o di partenza?
Nessuno dei due, ti dico la verità. Lo vedo come un concerto grande per le persone che mi vogliono bene. Me la sono posta io stesso questa domanda, tante volte e ho detto: non è un traguardo, però non è neanche un inizio. È una festa, un grande concerto in un posto iconico, perché San Siro lo è e quindi ha sicuramente un valore. Poi ripeto, secondo me sono le persone che rendono speciale un posto, non il contrario.
Io ho sempre questa idea, su tutto: su Sanremo, su San Siro, su tutti i palchi iconici. Sono le persone e la magia che creano intorno a renderli iconici, non il posto in sé. Quando entro a San Siro e lo vedo vuoto, non riesco ad avere quella stessa emozione, perché sono le persone che gli danno quell’emozione. Non le pietre.
Credi che oggi gli artisti giovani e giovanissimi brucino le tappe arrivano, magari dopo uno o due album, negli stadi?
È soggettivo, semplicemente ci sono artisti che ci arrivano prima e altri che ci arrivano dopo. La grandezza insieme alla difficoltà in questo mestiere, me ne rendo conto sempre di più crescendo, è rimanere. Ci sono momenti alti e momenti bassi, in un loop continuo e sarà per sempre così, perché la vita di un artista è fatta così. Secondo me la sfida non è questa sora di corsa all’oro ma è rimanere. E poi chi se ne frega se uno fa uno stadio prima o dopo… Ciò che conta nel rendere solido un percorso è continuare a costruirsi una carriera e creare un repertorio con una serie di canzoni e di eventi che si leghino ai ricordi delle persone.
Sembra una cosa folle, ma stiamo parlando di musica legata ai ricordi e alle emozioni delle persone. Se arrivasse un alieno penserebbe che siamo pazzi: parlare di qualche che esiste filosoficamente e insieme non c’è.
Alla fine stiamo parlando di emozioni.
La scaletta del concerto di Irama a San Siro
Ecco la lista pulita con i soli titoli delle canzoni estratti dal testo (non erano presenti indicazioni esplicite di duetti nel testo fornito):
- Tu No
- Intro
- Galassie
- Bazooka
- Lentamente
- Ali
- Bella e Rovinata
- Polvere
- La ragazza con il cuore di latta
- Un giorno in più
- Mediterranea
- Arrogante
- Luna Piena con Rkomi
- Yo Quiero Amarte
- È La Luna
- Cabana
- Crepe
- Nera
- Tu No con Annalisa
- Mi mancherai moltissimo
- Tornerai da me
- Dedicato a te
- Un Respiro
- Circo
- El Peso de un angel
- 5 gocce
- Senz’anima con Arisa
- Baby
- Buio con Giorgia
- Ovunque Sarai
- BIS
La Genesi Del Tuo Colore
Le nuove date live 2026
Ma Irama non si ferma e, a poche ore dal debutto al Meazza, ha annunciato il tour nei palazzetti A chi ci sarà sempre, in programma a dicembre 2026 immediatamente dopo la fine dell’impegno come giudice della prossima edizione di X Factor, a settembre su Sky e NOW.
Queste le date:
- 6 dicembre – Mantova, Palaunical DATA ZERO
- 8 dicembre – Firenze, Mandela Forum
- 12 dicembre – Roma, Palazzo dello Sport
- 16 dicembre – Milano, Unipol Dome
- 19 dicembre – Bologna, Unipol Arena
- 21 dicembre – Torino, Inalpi Arena
- 23 dicembre – Napoli, Palapartenope
Le prevendite sono disponibili online a partire da venerdì 12 giugno alle ore 14.00.
Immagini via ufficio stampa