Arrivederci più. Due parole nette, essenziali, che sembrano contraddirsi – la prima apre a una possibilità, la seconda suona definitiva – ma che insieme danno vita una sensazione nuova. È quella che racconta Alex Wyse nel suo ultimo singolo, anticipando così l’uscita dell’album atteso per il prossimo 15 maggio. Brano personalissimo esattamente come un abito sartoriale, la traccia è in bilico fra ricordi che si presentano a ripetizione e l’accettazione di un’assenza che è fatta di silenzio.
In questo spazio sottile, c’è tutta la ricerca di un nuovo (necessario) equilibrio che nasce dalla consapevolezza che il passato non è solo qualcosa che resta alle spalle ma una dimensione che permane dentro di noi. In forma nuova, ma presente e persistente.
Sembra una frase un po’ fatta, ma anche dopo aver ascoltato il singolo mi viene da chiederti innanzitutto: come stai?
Sto bene, adesso che è uscito il singolo. Sono proiettato anche verso l’album e sto rimettendo a posto un po’ di cose: i pensieri, la casa… quindi meglio. Tu?
Bene. Ho ascoltato il brano e letto con attenzione il testo, interpretando anche sul mio vissuto alcune cose che canti. Credo che ognuno ci possa trovare un po’ le proprie assenze e le proprie perdite.
A me fa sempre piacere. È bello vedere altre persone che si rivedono in quello che faccio. Io non sono uno che si apre facilmente: spesso non dico niente a nessuno, tengo tutto per me, anche le cose più grandi – magari sbagliando – ma è sempre stato il mio modo di fare. Quindi è bello quando qualcuno si ritrova anche solo in una parola, non per forza in tutta la canzone. A me ha aiutato tanto scrivere, quindi sapere che può aiutare anche altri è una cosa bella. Ti ringrazio.
Hai scelto di lanciare questo singolo un po’ a sorpresa. Da una parte apre un nuovo capitolo – quello del disco che arriverà – ma dall’altra sembra anche un punto di arrivo di un percorso fatto a riflettori spenti. Per te è più un inizio o una fine?
Arrivederci più è entrambe le cose: la fine di un capitolo personale, ma anche l’inizio di tutto quello che verrà. Già da Notte stupida ho iniziato un viaggio più interno, andando a scegliere canzoni in cui scavavo davvero dentro di me, in modo più diretto. Nell’album precedente, anche quando non c’era un’altra persona, era tutto molto autoriferito: pensieri, modi di essere, libertà.
Qui invece volevo sottolineare che, oltre a pensare, vivo anche delle cose concrete, e volevo raccontarle in modo più diretto. In brani come Notte stupida e Arrivederci più entro proprio nel dettaglio degli avvenimenti.
È quindi un percorso molto introspettivo, molto legato alle mie dinamiche personali. L’album racconta tutto quello che si vive quando non si è al massimo, ma cercando comunque di portare leggerezza anche dentro quei momenti.
Ci sono tanti passaggi delicati, sentimenti e immagini ma se dovessi racchiudere questa canzone in un solo sentimento, quale sarebbe?
L’avevo pensata proprio come il titolo: Arrivederci più. È una frase che in italiano non ha un senso logico preciso, un po’ come l’amore. Quando la dici, sembra quasi un “mai più”, qualcosa di definitivo. Però c’è anche “arrivederci”, che lascia tutto sospeso. Ti tiene in bilico. Quindi direi proprio questo: sospensione. È l’emozione di quel momento lì.
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E come si sta, sospesi? È una condizione comoda o scomoda? La vedi come un equilibrio?
È proprio quel momento prima della caduta. Però non mi sento scomodo: in quel momento sono leggerissimo. Anche perché Arrivederci più la vedo come un’accettazione. È quel respiro trattenuto prima dell’impatto, prima che arrivino tutti i ricordi, tutte le cose. Hai quel momento sospeso, di fiato fermo.
Qual è stato il primo verso da cui sei partito? O magari proprio il titolo?
Il pezzo è stato scritto insieme ad altri, però secondo me tutto nasce proprio dalla prima frase: “già lo so”. Quel “già” e quel “più” indicano qualcosa che si è concluso, su cui stai riflettendo, che hai già un po’ alle spalle. E poi direi anche: “Non è vero, niente si annulla, anche dopo l’ultimo basta”.
Quella frase è importante perché, anche se dici “basta” mille volte, sai che non finisce davvero. Anche quando arriva l’ultimo “basta”, non è mai davvero la fine di quello che provi.
Ci convivi, lo accetti, e poi piano piano lo metabolizzi. E quando lo metabolizzi, trovi anche un insegnamento.
Esattamente a metà canzone dici È solo vita che ci lasciamo indietro che suona un po’ come il nodo di svolta emotiva tra i ricordi e la (non) possibilità di un futuro. Per arrivare a quella forma di accettazione con cosa hai dovuto fare i conti?
Tanta vita vissuta con quella persona. Tante dinamiche, errori da entrambe le parti. Però alla fine devi tornare al punto principale: non tanto il perché stai in una relazione, ma chi sei tu e chi è l’altra persona. Cosa riuscite a fare della vostra vita, cosa volete davvero. Il percorso che ho fatto mi ha portato a questo: ogni esperienza ha un inizio e una fine. E non sempre abbiamo bisogno di controllarlo. È per questo che poi diventa “vita che lasciamo indietro”.
Hai sentito il bisogno di accompagnare il brano con una lettera ai fan e contenuti social. Come mai? Non bastava la canzone?
La canzone è uscita un po’ dal nulla, dopo un periodo in cui ero quasi completamente disconnesso. Mi sembrava di aver tolto qualcosa a chi mi è sempre stato vicino. Quindi sentivo il bisogno di spiegare cosa stava succedendo dentro di me, nella mia vita. Volevo dire che certe cose, a seconda di quello che viviamo, succedono e prendono una direzione. Ma al centro resta sempre la mia persona – e poi arriva la musica.
Per me è sempre stato così: la musica nasce da come sto, da quello che provo. Se sento il bisogno di staccare, è fondamentale anche per l’arte che faccio.
Tra le parole che ricorrono di più – sia nei contenuti social che nella canzone – ci sono silenzio, tempo e vuoto. Sono dimensioni un po’ ambigue: possono fare bene, ma anche diventare dei baratri. Tu come le vivi questi?
Probabilmente, parlando per me, sono aspetti molto legati alla mia natura introversa. Sono sempre stato così, poi col tempo ho tirato fuori anche un lato più estroverso, però quei momenti lì restano affini a me. Sono cresciuto un po’ distante, per scelta: pochi amici, poche persone con cui confidarmi. Guardavo tante cose da lontano, mi facevo un’opinione ma non la dicevo. Era il mio modo di stare al mondo: avere pensieri, ma tenerli per me. Al massimo li scrivevo sul telefono, o li portavo sul pianoforte.
Nel silenzio e nel vuoto, in realtà, ritrovo tutto il rumore che avevo prima. I pensieri, la musica… è difficile da spiegare, perché è qualcosa di naturale. Quando sto in silenzio mi viene da pensare a tutto, e ho bisogno di tradurlo: in una canzone, al pianoforte, anche solo cantando una cover che ho ascoltato durante la giornata. È una cosa istintiva.
Quindi la musica non l’hai mai silenziata?
No, la musica no. Ho silenziato forse il mio modo di esternarla. In questo periodo ho scritto tantissimo, forse più di altri momenti, ma meno con il pianoforte. Però non ho mai smesso di pensarla. È sempre lì, da quando ho memoria: è come un vizio che non riesco a perdere.
In uno dei video parli anche del rapporto con i fan, come se riuscissero a capire le tue emozioni meglio di chi ti sta vicino. Affidare a loro un brano come Arrivederci più cosa rappresenta?
Mi sento quasi più libero ad aprirmi con loro che con le persone che ho intorno. Non perché chi ho vicino non voglia ascoltare, ma è proprio una cosa mia. Da quando l’ho fatto la prima volta, è come se avessi trovato un modo per sentirmi capito. Con gli altri spesso devi spiegare tutto: cosa è successo, perché, cosa provavi. Con loro, invece, attraverso la canzone capiscono senza che io debba raccontare ogni dettaglio. È una specie di magia.
Hai letto qualche commento sulla canzone che ti ha colpito?
Sì, ne leggo tantissimi. Sono commenti davvero belli. Non me li aspetto mai. Fa strano vedere come qualcosa che per me è stato dolore possa aiutare qualcun altro o dargli forza. Non saprei sceglierne uno, ma sono tanti e tutti importanti.
In questa scrittura sembra che tu abbia tolto un po’ il filtro dell’ironia, andando più diretto. Ritroveremo questo approccio anche nel disco?
Secondo me è anche una questione di momenti. Magari – scherzando – è anche il lato Gemelli: a volte metto ironia, a volte vado dritto dentro le cose. Non sono lati diversi, sono fasi. Arrivederci più è stata scritta in un momento preciso. Altre canzoni, più leggere, arrivano dopo, quando hai già metabolizzato. È un po’ una scalata: scendi dentro un’emozione, poi risali, poi riscendi. La vita fa così: su e giù. E il disco raccoglie proprio questo andamento.
Estate live in vista?
Sì, sicuramente. Canterò i brani del disco, magari ce ne sarà uno più “centrale”, ma per me hanno tutti lo stesso peso. Sono tutti frammenti di momenti vissuti. Anche quelli più “pesanti” a volte li puoi alleggerire, prenderne le distanze. Non c’è una regola su come affrontare le cose: non è che devi per forza metabolizzare subito. Io, per esempio, non ci riesco.
Quindi ora ci viviamo il conto alla rovescia.
Sì, esatto. Viviamoci questo conto alla rovescia.
Ma il titolo quando lo svelerai?
No… e non lo annunciamo! (ride, ndr) No, scherzo… chissà.