Nel ‘Solito Cinema’ di Juli, un album di amici: “Ora mi sento pronto”

Nella vita il passo più difficile da compiere è solitamente il primo. Quello che avvia il meccanismo, che mette in modo se stessi e le cose attorno, che cambia la prospettiva. Se poi si tratta dello stesso passo che dalla seconda fila, o dalla penombra, porta in piena luce, ecco, quel semplice movimento può diventare un’impresa. Sentirsi pronti e avanzare nel modo giusto diventa, allora, fondamentale prima di tutto per una coerenza personale che è anche onestà.

Vi chiederete che cosa c’entri questa introduzione un po’ cervellotica per un articolo di musica. Potremmo di che Solito Cinema è, per Juli, proprio quel passo verso la prima fila. Dodici tracce nate nella spontaneità di un lavoro in studio fatto soprattutto di rapporti umani, per poi maturare insieme alla voglia di diventare un disco. Dal 24 aprile saranno di tutti e meritano la cura delle cose belle.

Dentro ci sono voci e penne di generazioni diverse, coordinate dalla regia del giovane producer capace di rispettare l’attitudine di ogni artista affermando, allo stesso tempo, la propria identità musicale. La stessa che lo ha portato, passo dopo passo, ai successi discografici insieme all’amico e socio lavorativo Olly. Non un nome qualunque, ma colui il cui ultimo album – Tutta vita, prodotto dallo stesso Juli – non si schioda dalla Top Ten praticamente da quando è uscito.

Il tuo nome musicalmente non ha bisogno di presentazioni e conosci bene sia le luci del palco sia il sistema musica. Che cosa ti ha convinto a compiere il passo che ti porta al tuo primo album e quindi al centro della scena?
Mi ha convinto in realtà il disco di per sé. Il giorno in cui ho ascoltato per la prima volta le prime tracce una dopo l’altra – ed è stato il momento in cui mi sono reso conto che si poteva concretizzare l’idea di fare un album – ho preso coraggio. È venuto tutto in maniera molto spontanea. Anche oggi raccontarlo, raccontare gli aneddoti, spiegare le canzoni, è una cosa che riesco a fare con naturalezza, perché è un disco che sento tanto mio. Non solo artisticamente, ma anche personalmente, perché rappresenta un momento molto bello per me. Quindi sono felicissimo di poterne parlare.

Quando hai iniziato a pensare non secondo la logica di singoli o collaborazioni ma per dare forma a un lavoro integralmente tuo?
È arrivato non troppo tempo fa, a fine novembre. Stavo per partire con Olly per andare a scrivere sul lago di Como per due settimane. Ho fatto un po’ di pulizia sul computer e mi sono riascoltato tutte le tracce che avevo accumulato negli anni: erano sei o sette, tra cui quella con Tommaso Paradiso, Fulminacci, quella con Olly stesso. Sentendole tutte di fila mi si è accesa una lampadina: ho capito che c’era qualcosa che le collegava, e che era il momento di visualizzare qualcosa di più di sei-sette tracce.

Quindi eri già a tre quarti del percorso.
Sì. Poi si aggiunge le tracce con Emma ed Elisa, che è una rivisitazione di un pezzo già edito, e con Fabio Concato, che è un riadattamento di un suo brano del 2003, con cui apro anche la tracklist. Quindi sì, ero già a buon punto. Poi mi ci sono messo e ho preso quel coraggio che forse mi mancava per chiudere tutto.

In passato non avevi mai considerato l’idea di un album o non era ancora arrivata l’occasione giusta?
Non l’avevo mai considerata perché il disco, per un produttore, è un passo molto importante. È importante fare qualcosa che non sembri il lavoro degli artisti con cui lavori, ma creare una storia, dare un senso più musicale, almeno nel mio caso. Mi sono preso la libertà di sperimentare molto di più rispetto a quanto faccio nei dischi degli altri. E poi sono sempre rimasto colpito da un disco di tanti anni fa, quello dei MACE: è stato il primo vero disco di un produttore in cui ho riconosciuto un’identità forte, un suono, un approccio.

Fino a oggi non mi ero mai sentito pronto. Nonostante i dischi d’oro, di platino… ci è voluto un certo percorso per fare il mio disco.

Anche per un discorso di esposizione personale?
Sì, dovevo essere sicuro di me, delle canzoni che ho scritto e prodotto. Ora lo sono, e sono contento.

Quanto le esperienze sia musicali sia personali che hai vissuto in questi anni, e penso anzitutto al sodalizio con Olly, sono state propedeutiche o preparatorie per questo tuo debutto ufficiale?
Sono state fondamentali. Oggi sono la persona che sono grazie a tutto quello che ho vissuto in questi anni. Ho avuto la fortuna di fare tante cose: dalle prime produzioni più urban, poi con Olly siamo passati a un periodo più dance ed elettronico, poi al cantautorato. Ho collaborato con tanti artisti, ho fatto Sanremo più volte, i live… È stata una palestra incredibile per arrivare a oggi e sentirmi pronto a metterci la faccia.

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Sei abituato a costruire il suono che vesta al meglio gli altri. In questo disco hai scoperto qualcosa del tuo suono che prima non avevi ancora messo a fuoco?
In realtà sono stato molto fortunato perché il mio modo di lavorare non è cambiato. Le canzoni del mio disco sono nate nello stesso modo di quelle per gli altri. La cosa bella è che mi sono reso conto della possibilità di fare un disco quando era già quasi finito. Non ho dovuto cercare un’identità: è venuta spontaneamente. Quando ho ascoltato le sei-sette canzoni insieme, l’ho sentita lì. In fase di scrittura e produzione non è cambiato nulla rispetto alle altre sessioni.

E come hai convinto gli artisti a lasciare i brani nel tuo disco, visto che sono tutti potenziali singoli?
Devo dire che alla base c’è tanto rapporto umano. Tutti gli artisti con cui ho collaborato sono persone con cui ho condiviso anche momenti di vita: cene, pranzi… Non c’è mai stata una richiesta “strategica” di partecipare al disco. È nato tutto spontaneamente. E credo che proprio per questo sia stato naturale anche per loro dire sì. Io sono gasatissimo: mi sembra di fare un disco con i miei amici.

Quanto ti sei divertito?
Tantissimo. Davvero tanto (sorride, ndr).

C’è qualcosa che è rimasto fuori?
No, ho dato tutto quello che c’era. Non c’è nulla fuori dal disco. Poi ovviamente continuo a lavorare come produttore, quello non si ferma.

Il cast di Solito Cinema è numeroso: come stanno insieme i suoi attori e che sfida è stata confrontarsi, un po’ come un regista, anche con generazioni dai linguaggi diversi?
Dal punto di vista umano mi ha arricchito tantissimo. Ho lavorato con persone molto diverse: da Olly, che è il mio migliore amico e ci vediamo tutti i giorni, a gente come Tommaso Paradiso, che quando andavo al liceo ascoltavo in cuffia con i Thegiornalisti. Fino a Coez stesso e Franco126.  È stato strano fare i conti con la realtà, una bellissima storia. Mi hanno dato tutti tanto, sia in ambito artistico – perché ho imparato tantissimo e spero di aver dato loro quello che potevo dare – ma anche sul lato umano.

Soprattutto è stato bello conoscere più storie, più carriere. Sai quando ti trovi in studio e ti raccontano quali sono stati i loro inizi, le prime esperienze, i primi ricordi… specialmente nel caso di Biagio Antonacci, che ti racconta cose di quarant’anni fa. È bellissimo, perché poi fai il paragone con la tua vita e capisci che tante cose non sono così distanti come pensavi da ragazzino. Quando vedi i grandi artisti per la prima volta ti chiedi che vita abbiano avuto… e poi scopri che le storie si assomigliano tantissimo. Ed è stato davvero bello rendersene conto.

Il tuo percorso, del resto, è un percorso “alla vecchia”: con Olly siete esplosi anche musicalmente, ma senza dipendere dai social o dall’esposizione mediatica di un talent. Avete fatto gavetta. In questo senso, anche con artisti di generazioni diverse, il terreno diventa comune.
Assolutamente sì. E ti posso dire che ho avuto anche la fortuna, in questi 5-6 anni, di crescere insieme a Olly. La cosa bella di tutto quello che abbiamo raggiunto è che siamo partiti praticamente insieme. E devo dire che in lui ho sempre visto una figura da seguire, soprattutto nel momento in cui mi sarei messo in primo piano. Ancora oggi, le cose che dico e racconto derivano anche da quello che ho imparato da lui: come gestire le forze, come fare le scelte giuste, come non avere fretta, come lavorare con passione e dedizione.

E ti dico che il fatto di aver fatto un percorso lento e lungo è la cosa migliore che ci sia capitata. Siamo stati bravi anche noi a far sì che succedesse, ma soprattutto ho sempre avuto dei buoni esempi da cui prendere ispirazione.

Beh, è emblematica la scritta alla tue spalle : “Che cazzo me ne frega di Sanremo”. Direi anche lungimirante, no?
Sì, guarda, quel quadro me l’ha regalato un mio amico perché, oggettivamente, dopo Sanremo è scoppiato un po’ tutto. Ed è una cosa che tutt’ora non realizzo. Le settimane dopo, tra parenti, amici, gente per strada, tutti ti chiedono: “Com’è vincere Sanremo?”. E tu sei lì che dici: “Boh, non l’ho capito nemmeno io”.

Solito Cinema potrebbe diventare uno show evento?
Sarebbe bellissimo! È difficile perché sono tanti artisti e mi piacerebbe che, se si facesse, ci fossero tutti. Vorrei fosse una vera serata di musica live, perché è una cosa che al disco manca: è un disco che ha bisogno di essere suonato. Io spero innanzitutto che gli artisti portino questi brani nei loro concerti. E se ci sarà modo di fare uno show mio… ti inviterò sicuramente.

A introdurre il progetto è il brano Quelli come me con Coez, pezzo quasi minimale: che biglietto da visita rappresenta per l’album?
Con Coez è nata una bellissima conoscenza nel mio percorso. Ci siamo incontrati a Milano e gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto lavorare insieme. Il pezzo è nato il primo giorno che ci siamo visti in studio. Abbiamo pranzato insieme e poi siamo andati a lavorare: è venuto fuori subito.

È un brano che mi rappresenta tanto, sia a livello sonoro che per quello che ha scritto lui. La sera stessa l’abbiamo ascoltato con gli amici e lo cantavamo già tutti. Quindi, ho scelto Quelli come me perché è quello che mi ha fatto battere di più il cuore: per il momento, per l’energia, per la condivisione.

Si dice che per un artista il disco più difficile sia il secondo, quello della conferma, quindi nel tuo caso puoi stare sereno essendo al primo. Ma hai come precedente qualcosa come oltre un miliardo di stream. In generale, senti la pressione delle aspettative, tue o altrui?
Le pressioni me le metto io, ma non tanto sui risultati: sulle canzoni. Sono molto maniacale. Riapro le produzioni mille volte, le smonto, le rifaccio da capo. Voglio sempre fare meglio. Non sento tanto la pressione esterna. All’inizio era difficile leggere i commenti, ma poi ti abitui. E quando fai uscire canzoni di cui sei fiero, il giudizio pesa meno – non per presunzione, ma perché sono cose che mi rappresentano. Se qualcuno non si ritrova, mi dispiace. Perché per me sono canzoni importanti, che segnano momenti ancora prima di uscire.

C’è qualche aneddoto particolare sui brani?
Oh, tantissimi e non ne ho ancora raccontato quasi nessuno! Ogni brano ha una storia: Tommaso Paradiso con il calice di vino al pianoforte, Franco che entra e inizia subito a suonare, Biagio che mi contatta per produrre… Sono tante fotografie, davvero.

E poi c’è Vertigine, il brano strumentale che ha la forza di un singolo.
Grazie mille, ci tenevo molto a inserirla e darle lo stesso peso delle altre tracce. Per questo non è né intro né outro: è un brano vero, con una sua identità. È nata due anni fa nei live con Olly: suonavo un minuto di chitarra da solo e, concerto dopo concerto, aggiungevo pezzi. A un certo punto ho sentito che era il momento di fissarla, darle una forma. È il mio modo di comunicare senza parole.

In quanti take l’hai registrata?
Una sola. Non è perfetta, ma è giusto così.

Se Solito Cinema fosse la scena di un film, cosa vedresti a rappresentarla?
Uh, non lo so, è imprevedibile. Spero finisca il più tardi possibile e bene… Spero che questo disco sia solo una pausa, magari prima dell’intervallo. Perché è un film che è stato bello, a volte anche difficile… ma è proprio questo che rende bella una pellicola.

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Foto via ufficio stampa

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