Lea Gavino, ‘11 volte’: “Cambiare è il mio modo di essere. I sentimenti? Quelli sinceri sono sempre contraddittori”

Il 1° maggio 2026 è una data che Lea Gavino ricorderà a lungo. La giovane cantautrice e attrice debutta, infatti, con il suo primo EP, 11 volte, che la porta anche sul palco del Concertone per eccellenza, quello in San Giovanni a Roma, a pochi metri da dove ha vissuto per tanto tempo. Un cerchio che si chiude, ma soprattutto una nuova storia da scrivere. E questa volta in scena non c’è uno dei tanti personaggi che ha già avuto modo di interpretare – a partire da Viola nella serie cult Skam Italia – ma se stessa.

Sento una bellissima energia e sono felice che questo album esca nell’anniversario di quando ho iniziato a produrre questi pezzi”. Un anno fa, in studio, nascevano infatti i brani che compongono questo lavoro, anticipati dai singoli Mondo Fiorito, Figli, Amico lontano (presentato a Sanremo Giovani 2026) e I Treni, l’ultimo brano che mostra il suo lato più gioioso.

Malinconia e leggerezza si alternano nella musica e nelle parole di Lea, che racconta ferite e impertinenze. “Questo EP rappresenta una prima fase della mia scrittura, molto legata alla malinconia e alla tristezza. Però ultimamente – cose che ancora non sono uscite – stanno trovando uno spazio più leggero, più divertente. Mi piacciono le cose che non si definiscono facilmente. Cerco sempre di uscire dalle etichette.

E 11 volte è un po’ una contraddizione: se sto bene mi annoio, ma poi mi ritrovo ferita a maggio… è tutto contraddittorio. Perché credo che i sentimenti sinceri siano così: nei momenti più difficili mi viene da ridere, e in quelli più leggeri mi viene da piangere. E questo si riflette nella musica”.

L’inedito 11 volte

Sono due le tracce inedite che completano il progetto: la title track 11 volte e Serratura. “11 volte è uno di quei brani che vengono facili, che sono un po’ dei miracoletti che arrivano non si sa come”, ci racconta Lea con un misto di emozione ed entusiasmo. Quel numero 11, poi, continuava un po’ a perseguitarmi in senso positivo, lo vedevo ovunque… pensavo fosse un segnale. Quando ho scritto la canzone era per me un momento di confusione e cambiamento, proprio nel modo di approcciare l’amore o le relazioni in generale.

Diciamo che mi sentivo come se avessi un po’ esaurito le energie e le lacrime, e come se non sapessi più descrivermi. Cioè: ‘ciao, sono Lea, nella vita faccio… sì, faccio l’attrice, ma suono e canto tutti i giorni, anche se nessuno lo sa’. Non sapevo proprio come descrivermi.

È stato il primo pezzo che ho prodotto, quindi che ho sentito ‘suonare grande’ – prosegue Gavino – e credo di attribuirvi uno dei momenti più belli della mia vita: quando l’ho sentito in cuffia per la prima volta, con chi l’aveva musicato con me. È stata un’emozione che penso sia irripetibile, quindi ci tengo davvero tanto”.

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Tutto questo succedeva dodici mesi fa. “Per questo mi piaceva tantissimo l’idea di farlo uscire a maggio: ci tenevo tanto perché ha proprio a che fare con la primavera e con una sorta di inizio anno che per me è sempre primaverile, non è mai a gennaio. Non so perché, però sento che si risvegliano proprio delle cose. Insomma, questo amore che rifiorisce dopo un momento cupo, questa necessità di dire delle cose che secondo me fanno parte di tutti noi in età giovane”.

In che senso? “Voglio dire: se mi voglio bene, se sono precisa, se sono così con me stessa… mi annoio. Io voglio fare cazzate, voglio non volermi bene in certi momenti e fare delle cose di cui poi mi pento, che però posso raccontare. Quindi il periodo primaverile mi ispira sempre molto”.

L’inedito Serratura

E poi c’è Serratura. “Appartiene a un altro momento. Ero abituata a scrivere tutto totalmente da sola – cosa che ancora succede – in casa, con il mio pianoforte. Scrivevo una cosa e la portavo in produzione. Questo brano, invece, è il mio primo approccio alla coscrittura, con due ragazzi bravissimi: Erin e Fares dei Bnkr44. Credo che scrivere con i coetanei sia un grande privilegio, perché si condividono momenti comuni, generazionali.

Devo dire che ero terrorizzata all’idea di scrivere con qualcun altro, anche solo di fare un brief prima di iniziare, perché sono sempre abituata a fare cose senza chiedermi di cosa volessi parlare. In realtà erano tutte ‘pippe’ che mi ero fatta da sola, perché poi può succedere che tre cervelli e tre sensibilità si incrocino e funzionino con la stessa autenticità di quando scrivo da sola. E questa è stata una di quelle occasioni”.

Erin – prosegue Lea, elegante e con una contagiosa voglia di raccontarsi – ha anche prodotto il pezzo, e credo sia una persona su cui scommetterei molto, perché ha la capacità di portarti fuori dalla tua comfort zone. Con me c’è riuscito, e infatti è un esperimento che continuiamo insieme: mi spinge sempre a trovare nuove chiavi per dire o cantare le cose. Quindi sono molto innamorata anche di questo pezzo”.

Al centro c’è il tema del segreto, del tradimento, del guardare quello che non vuoi vedere, del ‘quanto era bello quando non lo sapevi’. Insomma… non va mai bene niente. È un po’ questo il gioco.

Dal punto di vista del suono, ci spiega Lea, “avevo in mente tanti piccoli elementi, ma non sapevo come avrebbero funzionato insieme. Sentivo delle cose, ma non riuscivo a immaginarle nell’insieme. Qui c’è stato un grande lavoro di Valerio Smordoni, che è riuscito a tradurre dei sentimenti in azione musicale. All’inizio non parlavo tecnicamente di suoni o armonie, ma di come quel suono avrebbe dovuto farmi sentire. E credo che la bravura di un produttore sia proprio questa: trasformare qualcosa che è un po’ ‘in aria’ in qualcosa di concreto”.

Il suono è arrivato piano piano: sperimentando, aggiungendo, togliendo… mettendo 75 strumenti, poi lasciandone 15, poi rimettendone 60. È stato un lavoro di ‘metti e togli’.

Il debutto sul palco del Primo Maggio Roma e gli impegni al cinema

Ma il 1° maggio segna anche il debutto sul palco del Primo Maggio. “Sono agitata, emozionata. Mi sembra assurdo perché poi ci sono tutta una serie di incastri bellissimi: esce 11 volte e quel giorno sono al Concertone; non vivo più nella casa dove ho scritto 11 volte, che era una traversa proprio del luogo del Concertone… per me questi sono piccoli segnali poetici che mi aiutano quando devo lanciarmi in qualcosa che mi mette ansia.

Mi fanno pensare che sia tutto un po’ organico. La me di un anno fa non avrebbe mai pensato di essere qui a presentare un disco, infatti lo faccio in modo probabilmente anche un po’ goffo e impacciato, perché è la mia prima volta. Ma mi emoziona tantissimo. Poi è la mia città, un giorno importante… è qualcosa che voglio ricordare”.

Chiediamo, quindi, come si conciliano musica e cinema. “Non credo che siano in contrasto, anzi si assecondano. Dal cinema viene molto questa idea del conflitto: un film non esiste senza un problema. È un po’ la stessa cosa nella canzone: deve esserci un conflitto di partenza… non riuscirei a scrivere una canzone che dice solo ‘quanto è bello, sono innamorata’. Non mi viene proprio”.

Credo che anche il mio lavoro da attrice, nell’analisi del testo, abbia generato l’esigenza di scrivere. Musica e cinema sono due cose che viaggiano molto bene insieme.

Un’ultima curiosità, visto che ha lavorato di recente con Carlo Verdone, grande conoscitore di musica e batterista per passione. “Non abbiamo parlato direttamente di questa cosa, ma abbiamo parlato tanto di musica. Mi mandava video e ci siamo scambiati tanta musica: io gli mandavo cose, lui mi mandava altre, commentavamo. Non so cosa pensi di questo mio percorso musicale, un po’ mi fa paura perché magari ha gusti diversi, però tra appassionati è sempre bello condividere”.

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Foto Credit Claudia De Nicolò via ufficio stampa

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