Sono trascorsi quattro anni dal suo ultimo album e, ora – dopo due partecipazioni al Festival di Sanremo e un bagaglio di esperienze personali e musicali più ricco – Serena Brancale torna con il nuovo disco Sacro, disponibile da venerdì 10 aprile. “Questo progetto è Sacro per tanti motivi, ma non in senso religioso. Mi piaceva anche proprio il suono della parola: volevo un nome semplice, breve, con un bel suono. Che in una sola parola fosse completo. Racchiude l’idea dell’essere qualcosa e poi cambiare, del cercare continuamente”.
Per te, allora, perché è Sacro?
Sacro perché racchiude tanti capitoli molto importanti. È un lavoro che parte quattro anni fa, con una ricerca sul vernacolo, sul folklore, sulla famiglia. Sacro perché c’è un brano che ho scritto con mia sorella, che ho deciso di lasciare così com’è, spoglio, senza neanche passare dallo studio per inciderlo in maniera più “perfetta”.
Ed è sacro anche per il modo in cui guardo la musica: c’è un approccio quasi jazz, nel senso di unire i generi in maniera più internazionale, senza restare confinata nel soul o nel jazz. Questa mia maniera di cantare e di propormi la sento davvero mia. Mi sento sempre me stessa, che sia nella salsa, nel flamenco o nelle ballad. Per me è sacro perché mi ha dato una chiave per sentirmi sempre me stessa, sia sul palco durante un tour sia su quello di Sanremo.
Che bilancio fai del tuo secondo festival con un brano intenso come Qui con me?
È stato anche un momento di soddisfazione per aver sconfitto una paura, perché è stato proprio terapeutico quest’anno. È stato il Sanremo più magico e speciale, il più importante dei tre, perché sono andata lì come una figlia che parla alla madre. Senza pianto di tristezza, ma di gioia: finalmente ti dico una cosa che non sono riuscita a dirti in vita.
Dopo quella settimana ho ricevuto tantissimo amore, e continuo a riceverlo. Non è facile esporsi così: magari uno tende a dire “va tutto bene”, a fare festa. Invece siamo tutti fragili, e io quella settimana ho mostrato questa fragilità. Mi porto dietro questa consapevolezza e me la godo, perché vedo che le persone apprezzano tanto, mi abbracciano, hanno voglia di raccontarmi le loro esperienze.
Questo è bellissimo: vuol dire che ho fatto bingo, che il messaggio è arrivato, che ho fatto bene il mio lavoro, al di là di tutto. E poi è stato bellissimo ricevere quei tre premi, soprattutto perché arrivavano dalla stampa. Grazie davvero, è stato molto bello.
Poi è arrivato Al mio paese.
Il brano Al mio paese è stata un’operazione molto rischiosa: volevo parlare di folklore, ma non restando solo a casa mia. Sono andata “a casa degli altri”, e questo è stato molto bello, perché ho scoperto che Delia e Claudia (Levante, ndr) sono uguali a me. Ci sono quei luoghi comuni che diventano quasi sacri: la donna affacciata per strada con le lenzuola, il salutare tutti i parenti… Delia dice una cosa bellissima: “se non vieni a salutarmi mi offendo”. Questa cosa del salutare tutti, del passare e non poter non fermarsi dalla zia… è qualcosa che ci appartiene profondamente.
È stato bello ritrovarmi in una dimensione di folklore diversa: non parlo solo della mia Puglia, ma è come se fossi una cantastorie. Apro il racconto e le altre donne lo continuano: Delia racconta la sua storia, Claudia quella di sua nonna che la guarda e ride.
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Tre donne in un brano: anche questo è stato coraggioso?
Di certo è stato molto interessante anche perché volevo mettermi alla prova con due artiste che amo. Claudia la seguo da sempre da fan, mentre Delia l’ho vista crescere, cercare la sua strada, mescolare musica classica, pop, italiano e altre lingue. Volevo che fossero due donne, perché Sacro è anche, in molti aspetti, un disco femminile. Mi piace condividere questo spazio con donne che raccontano il Sud in maniera diversa, ognuna con la propria voce.
La figura della donna è sempre stata importante nella tua vita?
Sempre, anche perché sono cresciuta in una famiglia matriarcale, dove mia madre gestiva, decideva e faceva ascoltare la sua musica. Questa è una cosa bellissima che mi porto dietro. E, sì, ci sono tante immagini di donne: c’è mia sorella, ci sono le amiche, ma ci sono anche ospiti stupende come Omara Portuondo, che per me è una voce che ho ascoltato da piccola, quando ascoltavo il Buena Vista Social Club.
Sono cresciuta con questa idea della donna che canta, della voce femminile. Quindi è un album al femminile, però senza entrare troppo nell’idea del “messaggio”: è più una celebrazione della libertà della donna.
Tra l’altro il disco si apre con il brano Maria. Perché non Qui con me?
Tutto il disco è dedicato a mia madre però, visto che l’album ha un’energia festosa, non volevo che l’inizio fosse malinconico o troppo intimo. Volevo che fosse festa, salsa, vita: esattamente come era lei in casa.
Oltre a quelle citate, ci sono molte collaborazioni: come sono nate?
Le collaborazioni nascono dal desiderio di completare le canzoni con persone che stimi, prima di tutto, e che possono aggiungere quel quid in più. C’è sempre anche un rischio, però. Per esempio, abbiamo registrato a New York con Gregory Porter: era perfetto, ma mi piaceva lasciargli spazio, fargli dare qualcosa di suo.
Questa contaminazione mi piace tantissimo. Mi piace anche giocare con le voci, come in Capatosta, raccontando donne forti, testarde, e aggiungere la voce reggae/dancehall di Alborosie. Sono tutti artisti che ho voluto fortemente: dei sogni che ho realizzato.
È il tuo album numero quattro. Se riguardi il percorso che hai fatto che artista e che donna vedi?
Mi rappresenta in maniera libera, ma non mi sento certo arrivata. Anzi, per il prossimo mi piacerebbe cambiare completamente, magari scrivere un album soul o R&B, approcciarmi alla musica in modo diverso. Mi sento sempre una bambina che scopre qualcosa di nuovo, che si mette alla prova in territori che non conosce abbastanza. E questa cosa è bellissima, perché ti mantiene un po’ incosciente nel modo di fare musica, ma allo stesso tempo ti lascia la libertà di rischiare.
Aggiungo che forse è la versione di me più coraggiosa. “Sacro” è anche il coraggio di raccontarmi come persona, senza giocare troppo con il personaggio, cercando di essere sempre me stessa.
Hai annunciato un tour che parte da Londra e torna a casa, Bari.
Eh, le cose facili non ci piacciono! (ride, ndr). Partiamo il 30 aprile e porterò il mio modo di cantare l’Italia all’estero da Londra a Madrid e Barcellona. È una cosa che faccio da un po’, ma ogni volta è sempre più bello e ne vado sempre più fiera. Mi piace proprio la sfida: cantare in italiano e vedere negli occhi delle persone come capiscono quello che dico, anche senza comprenderne il significato, ma attraverso il suono.
In Spagna, secondo me, ci divertiremo molto, anche perché in questo album mi sono divertita a cantare il flamenco, la bulería, tutto quel mondo di nacchere e palmas, però sempre a modo mio. Entrare in mondi che non ti appartengono del tutto, ma restando fedele a te stessa. Partiamo da Londra e vediamo cosa succede.
Guarda la clip video dall’incontro con Serena Brancale
Foto via ufficio stampa