Metti una giornata di inizio primavera sui colli bolognesi. L’aria della mattina è ancora frizzante e il sole timido, mentre soffia un vento che ti scompiglia i capelli mentre chiacchieri con il padrone di casa intento a mostrare dove si allena tutti i giorni. Per un appuntamento speciale. Intanto, nella casa dalle ampie vetrate sul verde – accogliente, elegante, familiare – si prepara il pranzo a base di tortelli burro e salvia, crescentine, salumi e zuppa inglese. Un’atmosfera bucolica che ha anche la colonna sonora perfetta.
Perché ad aprire le porte della sua abitazione nei dintorni di Bologna è Gianni Morandi, che ci accoglie venendoci incontro con il telefono in mano e Lorenzo Jovanotti in videochiamata. Insomma, un mondo a parte a dirla parafrasando un brano dello stesso Jova. L’appuntamento speciale per il quale siamo nella leggendaria San Lazzaro di Savena, non lontano dall’altrettanto mitica Monghidoro, è la partenza del nuovo tour C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story al via a metà aprile.
La chiacchierata con Morandi rispecchia lo spirito sempre in movimento dell’artista. Si parla un po’ all’aperto camminando fuori casa nel verde, un po’ seduti in salotto e in cucina dove si destreggia la deliziosa Anna preparando il caffè. Rigorosamente con la moka. Ci muoviamo con rispetto e attenzione, consapevoli che quel momento entrerà di diritto nell’album dei ricordi più bello.

In tv, intanto, vediamo in anteprima il videoclip di Monghidoro, nuovo singolo di Gianni scritto per lui proprio da Jovanotti. È da qui che inizia il racconto che toccherà passato, presente, futuro.
Il singolo Monghidoro, l’anniversario e il nuovo tour nei palazzetti
Come è nata la canzone Monghidoro?
In modo molto semplice. Con Jovanotti, da un po’ di tempo, c’è un rapporto di grande amicizia, è molto generoso. Mi ha detto: ‘So che parti con un tour, serve un pezzo per cominciare, un bel testo all’inizio dello spettacolo, qualcosa che parli un po’ di te, della tua storia’. E gli è venuta in mente Monghidoro. Mi ha detto: “Ho un’idea”. Il giorno dopo mi ha mandato tutto: testo e musica. L’abbiamo registrata e il risultato Monghidoro.
A breve inizia un tour che arriva in un anniversario importante, i sessant’anni di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones.
Sì, è una data per me importante. La canzone ha sessant’anni ed è nata proprio nel periodo della guerra in Vietnam. Assurdo pensare che, oggi come ieri, ci sia ancora la guerra. Siamo sempre in guerra, non si spegne mai. Quindi questa canzone rimane sempre attuale. Ricordo che quando andai in Russia a cantare a inizio Anni ’80, in piena Guerra Fredda. Ci sono andato tante volte, facevo tour anche di quaranta giorni e quella volta mi premiarono con una medaglia in quanto cantante pacifista contro la guerra. Come cambiano le cose… sessant’anni fa si cantava contro l’invasione americana in Vietnam e oggi la situazione storica è completamente diversa. È proprio la Russia che aggredisce.
Proprio C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones fu censurata dalla Rai. Come andò?
Ero al Festival di Rose e la Rai mi interdì dal cantare la frase è morto nel Vietnam suggerendomi di dire è morto ta-ta-ta-ta. Quando arrivai sul palco, in diretta, pensai che non mi piaceva e decisi di cantare chiaramente: è morto nel Vietnam. Ci fu perfino un’interrogazione parlamentare ma non me ne sono mai pentito, anche perché la canzone era quella.
Stai preparando qualche momento di riflessione durante lo show?
Sto lavorando con Federico Taddia, che è un autore, perché vorrei anche raccontare delle cose. Non solo della mia vita, ma anche esprimere qualche opinione su quello che succede. Si può parlare di tutto per quanto di politica non abbia mai parlato tantissimo, però qualche accenno lo faccio. Per esempio, il fatto che Donald Trump e Vladimir Putin vogliano decidere di tutto, anche della nostra vita, è una cosa che un po’ mi disturba. E mi disturba anche un’Unione Europea che non si compatta, che non riesce a diventare arbitro della situazione. Perché l’Europa ha cultura, ha storia, dovrebbe avere un ruolo forte invece lì ci siamo un po’ frammentati. Quindi, qualche riflessione mi piacerebbe farla, anche se poi so che la gente vuole soprattutto sentire cantare.
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Ci saranno delle novità in scaletta?
Mi sono arrivate due canzoni nuove. Una è ovviamente Monghidoro scritta da Jovanotti e l’altra Sono le canzoni scritta da Giovanni Caccamo. È una canzone che parla della funzione della musica e delle canzoni, di come le canzoni ci accompagnano nella vita. Ed è vero perché quando pensiamo a un certo momento della nostra vita, c’è sempre una canzone che ce lo ricorda. Tanti me lo dicono: “Io mi sono sposato con una tua canzone”, oppure “quel periodo della mia vita lo ricordo attraverso una tua canzone”.
E quali sono le canzoni della tua vita?
Nel 1962 avevo diciassette anni, quasi diciotto. Ero al mare e mi presi una cotta incredibile per una ragazzina. Quando arrivava, io correvo al jukebox e mettevo Io che amo solo te. Quella, per esempio, è una canzone che ancora oggi, quando la sento, mi commuove. Credo che ognuno di noi abbia un legame con una canzone, con un incontro, con un momento della propria vita.

Poi, in concerto, Uno su mille è una canzone che, quando mi concentro davvero sulle parole, mi colpisce ancora molto. Parla della capacità, della voglia, della forza di ricominciare, che devi trovare dentro di te. Se sei a terra non strisciare mai / Se ti diranno sei finito, non ci credere: sono frasi che sembrano mattoni. Quando la canto in concerto è sempre un momento intenso, pieno di pathos, e coinvolge naturalmente anche il pubblico. La nostra vita è fatta di momenti contrassegnati dalla musica. Io me lo immagino sempre: una vita senza musica… che cosa faremmo?
Gli alti e i bassi di una vita
Hai vissuto anche tu momenti bui nella tua carriera.
Già, era il 1980, non mi chiamava più nessuno e la gente si chiedeva che fine avessi fatto. Avevo 36 anni e mi consigliarono di mi inscrivermi al Conservatorio. “Iscriviti nella classe di contrabbasso, perché lì ti prendono più facilmente: ci sono poche richieste e, in più, è uno strumento che pochi scelgono”. Questa cosa mi incuriosì e feci l’esame di ammissione in mezzo a ragazzi di diciotto, vent’anni. Mi presero con il professor Buccarella, che è stato un uomo importantissimo, da cui ho imparato tante cose. Seguii anche canto corale dove imparai a cantare davvero le parole.
Sono stati anni fantastici. Da una parte non avevo più il successo di prima e potevo dare l’impressione di essere finito, invece io vivevo un momento molto bello, perché riempivo le giornate. Il problema vero era: “E adesso cosa faccio, a trentasei anni?”. Cominciai a pensare di fare il produttore o un altro lavoro.
Hai pensato davvero di dedicarti ad altro?
Eh sì, a trentasei anni che fai, smetti di lavorare? Ci ho pensato seriamente e con il diploma di conservatorio avrei potuto anche insegnare a scuola. Non avevo problemi economici, fortunatamente, perché negli anni avevo fatto tante serate e avevo messo da parte qualcosa. Però era comunque un periodo particolare. In quegli anni morì mio padre, poi io mi separai e ci furono problemi con i figli, che stavano con la madre. Solo dopo vennero a stare con me e in quel periodo ho imparato davvero a fare il padre.
Parlando, invece, dei primi grandi successi, qual è stata la prima volta che ti sei ascoltato?
La prima volta che ho sentito la mia voce in un jukebox avevo il cuore che andava a cento allora dall’emozione! Sentivo quella mia vocina piccolina e quasi mi nascondevo, mi faceva impressione. È stato un momento incredibile, che non dimenticherò mai. Come la prima volta che mi sono rivisto in televisione. Avevamo registrato Alta Pressione con Enzo Trapani e la domenica sera andava in onda. Io mi misi in un bar, un po’ nascosto, e quando mi vidi mi fece un grandissimo effetto. Pensai subito a mia madre, grande fan di Claudio Villa… Tra l’altro, quando ho vinto il Festival di Sanremo nell’87, morì proprio Claudio Villa. Era il 7 febbraio, il compleanno di mia madre, che tifava più per lui che per me.
Il momento artistico più difficile invece?
Forse al Velodromo Vigorelli a Milano, quando facevamo il Cantagiro, manifestazione che girava tutta l’Italia. Noi artisti passavamo sulle auto scoperte, salutavamo la gente, e c’erano fiumi di persone che ci aspettavano nelle città. Ezio Radaelli, che era l’ideatore del Cantagiro, a ogni tappa invitava anche un artista straniero. A Milano, il 4 luglio del 1971, invitò i Led Zeppelin. Io ero anche abbastanza inconsapevole, non ci pensavo troppo anzi ero contento anch’io di vederli. Però quando arrivammo lì… L’idea fu quella di far cantare prima i cantanti italiani e poi loro. Non vi dico che cosa è successo.
C’erano migliaia di ragazzi che erano lì da quattro giorni, accampati con i sacchi a pelo, sotto il palco, ad aspettare i Led Zeppelin. Quando ho cantato io è successo il finimondo. Un boato… ma al contrario. La gente urlava “Vai via!” e lanciava pomodori, lattine… di tutto. Sono scappato. Con me c’erano anche Lucio Dalla e tanti altri cantanti italiani che non fecero esibire. Fu un caos totale e ci furono anche molti danni. Insomma, un momento davvero difficile.
Gino, Lucio e gli altri
A Che Tempo Che Fa ti sei scusato per aver sbagliato tonalità, non è da tutti.
Questo me l’ha insegnato Lucio Dalla: lui qualsiasi cosa succedesse la trasformava in spettacolo. Una volta, al Teatro Europauditorium, andò via la luce e non tornava. Lui accese una candela e cominciò a fare spettacolo coi suoi vocalizzi e raccontando storie. La gente impazziva. Lui trasformava tutto in show. Quando abbiamo fatto Dalla Morandi, stargli vicino era difficile perché era imprevedibile. La star era Lucio Dalla, però io ne uscivo sempre arricchito.
Siamo stati amici per una vita, due giorni prima che morisse eravamo allo Stadio Dall’Ara di Bologna dove vinse l’Udinese. Devo dire che guardavo Lucio e si capiva che non stava bene, con quel famoso colbacco che metteva ogni tanto. Gli chiesi: “Che succede?”. E lui: “Adesso devo fare questi dieci spettacoli in Europa. Vieni? Vieni a Berlino? A Monaco di Baviera? A una data devi venire”.
Non ce ne fu l’occasione.
La mattina del 1° marzo ero qui a casa. Mi chiama Ballandi e mi dice: “Gianni, Lucio è morto”. Per me è stato terribile. Qui a Bologna ho perso riferimenti enormi: Ballandi, Lucio, Jimmy Villotti, Sandro Stefanelli. Tutti miei coetanei. Io sono ancora qua, che aspetto… di andare in tour (sdrammatizza sorridendo, ndr).
Sempre da Fazio hai raccontato di un litigio…
Sì, una volta Lucio mi interruppe un applauso durante Uno su mille. Io ero lì, mi prendevo tutto l’applauso, e lui mi parte sopra. Così io gli dissi urlando: “Non ti permettere mai più di interrompere un mio applauso!”. Mi diede del pazzo per poi mettersi a ridere. Ecco da lì poi nasce anche tutta la storia del “pazzo di Monghidoro”, che è arrivato fino a Jovanotti.
E di Gino Paoli hai qualche aneddoto particolare che ricordi?
Con Gino ci conoscevamo da sempre: abbiamo fatto anche un tour in Giappone nel 1964, siamo sempre rimasti amici ed era un po’ un maestro. Eravamo in cinque che lo seguivamo: io, Lucio Dalla, Dino (Eugenio Zambelli), Michele Maisano e Piero Focaccia. Noi eravamo tutti del ’43-’44, lui invece del ’34, quindi dieci anni più grande. E ci diceva: sempre “Guardate ragazzi, io ho fatto il Cantagiro nel ’63 con Sapore di sale, mi sono divertito tantissimo. Dovete venire anche voi”. E successe.
L’anno dopo eravamo tutti insieme. Passavamo sulle auto: io davanti, Lucio Dalla dietro… Ci tiravamo di tutto, ne abbiamo davvero combinate di tutti i colori. Tanto che Radaelli ci minacciava di toglierci punti in classifica. E Gino era il più casinista di tutti.
In tempi in cui tutto sembra durare il tempo di una story, sembra una stagione lontanissima. Tu sei riuscito a conquistare anche i giovani e giovanissimi anche grazie ai social, dai cui a un certo punto hai deciso di allontanarti. Come mai?
Sì, soprattutto su Facebook avevo numeri altissimi però ogni giorno dovevo trovare qualcosa da pubblicare, un contenuto, una cosa nuova. Mi sono fermato un mese per vedere cosa succedeva e quasi ne senti la mancanza, perché diventi schiavo di quel meccanismo. Poi ho ricominciato, ma in modo un po’ più misurato, non più tutti i giorni. Adesso conosco abbastanza bene anche Instagram e TikTok.
E lì succede una cosa strana: se metti qualcosa di serio, non interessa quasi a nessuno. Se parli di lavoro, dici “faccio questo concerto, vado a cantare”, raccogli poco interesse. Se invece fai una sciocchezza, una cosa leggera, arrivano decine di migliaia di commenti. È un mondo strano, davvero molto strano. Però oggi è così. Anche per il tour, prima ancora della comunicazione ufficiale e della pubblicità tradizionale, solo coi social abbiamo venduto il 70-80% dei biglietti. Oggi una pagina forte sui social è quasi più importante che andare in televisione, funziona così. Tanto che spesso è la televisione che riprende quello che nasce sui social.
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Ah, quanto corre il tempo quando ci si diverte. O semplicemente si sta bene. E da casa Morandi davvero non si vorrebbe andar via. Il sole è meno timido e il vento pare essersi placato. Si riparte. Salutiamo Anna e Gianni e ci diamo appuntamento sotto il palco.
I prossimi concerti di Gianni Morandi
- 15 aprile – Conegliano, Prealpi Sanbiagio Arena
- 17 aprile – Milano, Unipol Forum SOLD OUT
- 19 aprile – Torino, Inalpi Arena
- 21 aprile – Roma, Palazzo dello Sport
- 24 aprile – Casalecchio di Reno (BO), Unipol Arena
- 26 aprile – Firenze, Nelson Mandela Forum
- 28 aprile – Terni, Pala Terni
- 30 aprile – Montichiari, Palageorge
- 02 maggio – Pesaro, Vitrifrigo Arena
- 04 maggio – Padova, Kioene Arena
- 06 maggio – Genova, Palateknoship
I biglietti sono acquistabili online e nei punti vendita autorizzati.
Foto da Ufficio Stampa
Un pensiero riguardo “Una giornata con Gianni Morandi : da ‘C’era un ragazzo’ al nuovo singolo ‘Monghidoro’”