Giacomo Maiolini, tra vita e musica nel libro autobiografico ‘Mai avuto tempo’

Quando una vita sembra un film, anzi qualcosa in più, sarebbe un peccato non raccontarla. E quella di Giacomo Maiolini, un libro lo ha meritato eccome. Bresciano classe 1963, ha fondato appena ventenne l’etichetta indipendente Time Records che ha segnato in maniera indelebile la storia della musica Dance. A partire da anni in cui questo genere non parlava affatto la nostra lingua.

Manager, producer, visionario e amante del bello, dal 2025 Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana, Maiolini dimostra ancora una volta come la provincia italiana sia una fucina di talenti con lo sguardo proiettato oltre i confini – geografici e culturali – proprio perché quei limiti che la circondano diventano staccionate da saltare a piè pari.

E da lì, Giacomo ha saputo raggiungere ogni angolo del pianeta con la lungimiranza musicale di chi ha il fiuto giusto e il coraggio di scommettere sulle note vincenti. Due caratteristiche che lo hanno portato a essere uno dei numeri uno a livello internazionale, al fianco oggi di artisti del calibro di Bob Sinclar, Gigi D’Agostino, Molella, Prezioso, Fargetta e tanti altri. Non meteore o fenomeni da social, ma artisti dalla carriera consolidata e una costruzione progettuale precisa che li rende longevi e di successo anche con qualche anno sulle spalle.

Non è un caso se oggi Maiolini – con 120 milioni di dischi venduti e 7 miliardi di stream – è il discografico italiano con i numeri più alti. E se numeri e premi sono solo il risultato, il mondo che c’è dietro quarant’anni di vita, musica, viaggi, cadute e risalite è tutto in Mai avuto tempo, volume autobiografico in libreria con SEM. In queste pagine c’è, infatti, tutto quello che non si è visto, o meglio in questo caso ascoltato, tra storia personale e professionale: dalle prime intuizioni musicali alla costruzione di un impero discografico internazionale.

L’intervista a Giacomo Maiolini

Da quarant’anni è alla guida della sua Time Records: come si riconosce un successo?
È sensibilità, una cosa innata. Non si impara. Quando ascolto un disco che penso possa essere un successo, provo i brividi. Se sento qualcosa che voglio assolutamente, finché non lo prendo non dormo neanche la notte. È una missione.

Qual è stato l’incontro che le ha cambiato davvero la vita?
Quando ho iniziato a fare il produttore prendevo spunto da due produttori stranieri: Patrick Cowley e Bob Ireland. Prendevo spunto dalle loro basi, non dalle canzoni, e ci mettevo sopra una melodia italianizzata. Allora, ogni disco che facevo veniva licenziato in Giappone finché un giorno arrivano a Brescia due giapponesi senza appuntamento: volevano lavorare con me. Io dissi che ero impegnato sino a fine anno e loro si ripresentarono a gennaio, al MIDEM di Cannes.

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Alla fine accettarono tutte le mie condizioni anche perché quella società era appena nata: si chiamava Avex Group. Poi è diventata la più grande etichetta indipendente del mondo per la quale ho prodotto 1959 dischi in vent’anni.

Dal Giappone al Regno Unito. Cosaci racconta di Sweet Disposition?
Sì, quel disco era già uscito l’anno prima e mi chiamarono dall’Regno Unito dicendomi: “Abbiamo questo disco uscito un anno fa”. Alla fine lo abbiamo trasformato in un successo mondiale.

E c’è qualcosa che accomuna i grandi artisti? Come lavora con loro?
Sono tutti complicati, ognuno a modo proprio! Ma sono grandi professionisti. Pensare che oggi capita di incontrare ragazzini che non hanno ancora fatto niente ma si atteggiano più di artisti affermati… Eh, sì, direi che in comune hanno un tocco di pazzia. Per quanto riguarda il modo in cui mi confronto con loro, dico sempre la mia. Se ci sono cose che non vanno, nel limite del possibile faccio in modo che si cambino. Nulla esce senza la mia approvazione.

Come vede la scena musicale attuale?
In generale, secondo me siamo in un momento in cui deve succedere qualcosa. Ogni vent’anni nella musica c’è una svolta: alla fine degli anni Ottanta arrivò la House, nei primi Duemila il digitale. Ora siamo di nuovo in quella fase: bisogna capire quale sarà la nuova tendenza. Oggi però tutto è legato agli algoritmi. Puoi fare tutto il marketing che vuoi, ma alla fine è l’algoritmo che decide se un disco va oppure no. E negli ultimi tre anni ci sono successi casi incredibili di brani italiani partiti dai social e diventati virali nel mondo.

C’è anche la sensazione che oggi molti artisti durino meno rispetto al passato: grandi successi iniziali ma carriere più brevi. È d’accordo?
Sì, assolutamente. Nella mia esperienza, molte volte sono arrivati da me produttori o DJ con un pezzo di cui magari non erano nemmeno convinti ma io ci credevo e diventava un successo. Poi succedeva che non riuscivano a fare il secondo e la carriera si fermava lì. Di situazioni così ne ho viste tantissime in quarantadue anni: molti fanno un primo disco che funziona e poi non riescono a fare il secondo.

Il novanta per cento non riesce nemmeno a capire davvero se ha in mano una produzione è forte oppure no, e si blocca. Oggi poi il consumo della musica è velocissimo: escono tanti dischi e durano poco. Una volta un brano durava mesi, adesso magari dopo un mese ha già fatto il suo percorso. Oppure succede che fanno un disco di successo e poi continuano sulla stessa linea, senza innovarsi.

Se dovesse consigliare oggi un nome ancora poco conosciuto da tenere d’occhio?
Abbiamo appena fatto una demo in italiano pensata per una voce femminile e l’ho fatta ascoltare ai programmatori musicali delle principali radio. Tutti concordano che sarà un successo. Se a questo punto andassi a chiedere un’artista importante a una multinazionale, so che non ce lo daranno mai. Che ho fatto? Ho deciso di mandare la demo a Bob Sinclar e gli è piaciuto molto, quindi pensiamo pubblicare il brano in estate. In questo modo la cantante potrà anche essere non famosa, perché il nome di Bob Sinclar aiuta a presentarlo alle radio. Non posso dire altro ma, ecco, quando uscirà sapete cosa c’è dietro.

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