“Viviamo in un tempo in cui le persone rischiano di nascondere ciò che non funziona: le parti fragili, le paure, il buio. Lo si fa per paura di crollare. Ma è proprio guardando in faccia quel ‘peggio’ e assumendosene la responsabilità che si può cambiare davvero. Questa canzone dice una cosa semplice ma nuova: non è l’altro a dover sistemare ciò che non va in te. Sei tu”. Così Francesco Renga introduce il brano con cui partecipa a Sanremo 2026, Il meglio di me.
“Non sono gli altri a doversi caricare il tuo buio. Sei tu che devi attraversarlo, per poter portare il meglio di te. Il peggio di me non è una scusa, non è un modo per alleggerire. – prosegue – È la dichiarazione di chi sceglie di non far pesare sugli altri ciò che deve prima affrontare da solo. È un invito alla maturità emotiva, alla responsabilità. A non scappare più. Ad avere il coraggio di dire: Non sono perfetto, ma ci sto provando”.
Il meglio non arriva negando il peggio. Arriva guardandolo negli occhi, disinnescandolo e scegliendo chi vuoi essere. Forse è anche un nuovo modo di essere uomini. O meglio: persone.
Quanto è autobiografica questa canzone?
Molto. Io sono scappato tante volte. E in parte lo faccio ancora. Per me questo è un momento di grande cambiamento, quasi un punto di svolta. Questa canzone fotografa esattamente questo passaggio: una presa di responsabilità e una nuova consapevolezza. Credo che un uomo adulto, alla mia età, quando scrive una canzone debba farlo con uno spessore diverso. Con una maturità che ormai non puoi più evitare.
C’è stato un momento preciso in cui hai iniziato a scappare?
Sì. Quando è morta mia madre. Avevo 17 anni. Da lì è iniziata la mia grande fuga. Quella mancanza ha segnato tutta la mia vita. Anche i miei rapporti con le donne sono stati influenzati da quello che, da ragazzo, ho vissuto come un abbandono. So che può sembrare assurdo dirlo, ma a 17 anni ti senti così. Sono scappato tante volte. Anche nei rapporti importanti. Poi, crescendo, impari ad affrontare le cose in famiglia, in coppia, con gli amici. Anche con la madre dei miei figli abbiamo recuperato molto di ciò che non ci siamo detti, del male che ci siamo fatti quando non eravamo risolti.
Tutte quelle fughe sono servite ad arrivare a questa consapevolezza. Ma non è un processo semplice. E non tutti hanno voglia di farlo. Finché non affronti quel nodo, prima o poi succedono cose brutte. A volte molto brutte. È per questo che bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro.
Chi sono state le prime persone con cui ti sei confrontato prima di proporre un brano così personale?
Tante donne della mia vita e prima di tutto mia figlia. È stata tra le prime ad ascoltare il brano e mi ha detto: “Questa è bella, lavoriamoci su”. Mi fido moltissimo di lei. Ha uno sguardo sincero, diretto. Non è l’unica persona che mi dice la verità, per fortuna. Ma lei ha una vicinanza e un’onestà speciali.
Solo attraverso lo sguardo delle persone che ci stanno accanto, possiamo arrivare a questa consapevolezza. Non è facile attraversare il buio. È molto più semplice cercare la luce, ciò che ci fa stare bene. Ma le cose che ci tormentano da anni restano lì. Tutta la mia scrittura, in fondo, parla dei miei nodi, della mia zona d’ombra, dei miei problemi. Anche nella canzone pop, che sembra più leggera, l’arte serve a fare i conti con il non detto delle nostre esistenze. E nel pop è ancora più difficile: usare un linguaggio semplice senza cadere nella banalità è complicatissimo. Ogni parola, il momento in cui viene detta, il tono con cui viene cantata, è stato ponderato con grande attenzione.
Come si inserisce il Festival di Sanremo in questo momento della tua carriera e della tua vita?
Il Festival di Sanremo ha scandito tante fasi della mia carriera. Ogni Sanremo ha avuto una motivazione diversa. Non ce n’è uno uguale all’altro. Addirittura quello della vittoria fu quasi casuale: non dovevo nemmeno partecipare, perché era già uscito un album e c’era un singolo che stava andando bene in radio. Poi mi chiamò Bonolis e la storia prese un’altra piega.
Questo, invece, è il Sanremo della novità. Ho cambiato etichetta, ho un team nuovo, ma soprattutto è importante perché, finalmente, sento di avere la canzone giusta. È un brano difficile, anche tecnicamente: la scrittura dei ragazzi con cui ho lavorato è diversa dalla mia. Io, quando scrivo, costruisco la melodia in un certo modo; loro arrivano alla nota importante magari con un salto d’ottava. Per la mia vocalità non è un passaggio naturale, sono abituato a cantare diversamente. Però, se ti metti in gioco, ce la fai.
Il testo è fondamentale per me, come uomo prima ancora che come artista. Mi piacerebbe che venisse raccolto questo messaggio: provare a evolvere come esseri umani, portare agli altri il meglio di noi, lavorando in solitudine sui propri mostri.
Se dovessi dare un nome a questo Sanremo, lo chiamerei quello della consapevolezza. O forse dell’epifania. Non è una ripartenza, perché non mi sono mai fermato. È più una rivelazione.
Questo brano segna anche la direzione del nuovo album?
Sì. Sto cercando di fare un lavoro coerente in questa direzione: canto, melodia, identità. Paradossalmente oggi anche nel pop dei ragazzi si sente un grande ritorno alla canzone vera, alla melodia. Cambia l’interpretazione, cambia il linguaggio, ma restano canzoni.
E devo dire che trovo bellissima la scena musicale italiana di oggi: tanti giovani, bravissimi, con una consapevolezza che io alla loro età non avevo. Quando ho iniziato avevo vent’anni e non capivo niente rispetto a loro. È un momento molto stimolante. Mi fa venire voglia di restare, ma rimanendo me stesso.
Foto Antonio De Masi
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