Per la terza volta in gara al Festival di Sanremo, Michele Bravi sceglie di raccontare ciò che solitamente resta ai margini: l’inadeguatezza, la goffaggine, la sensazione di sentirsi fuori posto e quelle situazioni in cui la vita ci mette di fronte il suo essere storta. Prima o poi, diretto dal Maestro Alterisio Paoletti, è un monologo interiore che prende forma musicale, una riflessione intima dedicata a chi, almeno una volta, ha sentito che il mondo girava in una direzione diversa dalla propria.
Il brano – scritto insieme a Rondine e Gianmarco Grande e prodotto dallo stesso Bravi con Carlo di Francesco – si muove tra immagini frammentate e un equilibrio sonoro instabile e vitale, dove scale maggiori e minori si rincorrono in un continuo gioco di tensioni. Un immaginario che fonde brit pop e suggestioni sinfoniche e cinematografiche, restituendo una canzone sospesa, senza un vero punto di arrivo, proprio come le vite che racconta.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la nascita del brano, il rapporto con la scrittura, il senso della noia, il cinema come chiave di lettura del reale, E il suo modo, profondamente umano, di stare su un palco come Sanremo.
Michele, partiamo dall’inizio: quando nasce Prima o poi?
Ti dirò: non mi ricordo quando l’ho scritto! Nel senso che ho questo vizietto di iniziare le cose e poi lasciarle lì, soprattutto in fase di scrittura. Quando finalizzo una cosa vuol dire che quella andrà da qualche parte. Io non riesco a dire “questa è rimasta fuori dal disco”: io accumulo idee, box, colori che non sono canzoni, sono embrioni, ma non sono ancora tecnicamente canzoni
In questo caso, è subentrato poi Rondine, un giovane autore con cui ho fatto quasi tutto il disco. Ci vediamo un giorno e io faccio fatica a scrivere con altri, quindi quando mi trovo così bene dico: wow, rivediamoci subito. Però per questioni organizzative avevamo poche ore il giorno dopo e allora gli dico: “Senti Tommaso, io ho tutte queste cartelle piene di cose che manco io mi ricordo cosa siano. Vedi se c’è qualcosa che ti accende”.
Ed è lì che riemerge il brano?
Sì, lui recupera la strofa del brano di Sanremo, che era lì ferma da due o tre anni, e mi dice: “Ma sei pazzo? Partiamo subito da questa”. Se le lascio lì, all’inizio, è come dire: non butto il foglio, lo tengo. Ci siamo affidati a quella cosa e abbiamo concluso il brano per la maggior parte. Poi la parte finale è stata rielaborata dopo. Ed è così che è nato il pezzo di Sanremo.
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Tra l’altro, succede sempre che arriva il periodo dell’anno in cui ti chiedono: “Che facciamo? Vai a Sanremo?”. Io, da autore, non sono mai riuscito a dire: questo è il pezzo di Sanremo. Quando hai dodici brani e dici “questo è il disco”, io non so dire quale sia il più forte. Non ho uno sguardo radiofonico, discografico, non mi appartiene. Anche perché questo era uno dei primi brani scritti, quindi per me era ancora nella fase delle bozze.
E poi come è andata?
Questa volta credo sia la prima in cui ho lasciato scegliere a chi ascolta. Quando ho iniziato a mandare il brano in giro – gruppo famiglia compreso – vedevo una reazione diversa. Tante volte mandi la cosa a cui tieni di più e ti dicono “carino”, che è la cosa più orribile che ti possano dire. Qui invece c’era qualcosa che colpiva davvero. E mi sono accorto che, rispetto a tutto il disco, gli ascoltatori tornavano sempre lì. Tutti dicono: “Qui c’è qualcosa”. Io vengo da una famiglia in cui la musica si ascolta, ma non c’è un culto maniacale. Mia madre, per la prima volta, scrive nel gruppo: “Finalmente una bella canzone”. E allora dico: stavolta provo a mandare questa.
Nel brano e nel disco c’è un forte senso di commedia, quasi cinematografico.
Teatro e cinema sono un po’ l’ispirazione, l’atteggiamento del disco, che è molto caotico perché tutto si basa sul senso della commedia. E quello che voglio raccontare è che la vita è storta, molto più di quanto una canzone d’amore la sceneggiatura di un film raccontino. Io insisto molto sul cinema perché è tutto comico, tragicomico. Sanremo è il posto dove convivono commedia, dramma, grottesco, ridicolo. C’è tutto. E questo è l’atteggiamento più rilassato che vorrei portare all’Ariston. Nella canzone che è diventata la testa d’ariete del progetto parlo proprio di goffaggine. Io non riesco a salire su quel palco e pensarmi fighissimo, sexy. Parlo di goffaggini. E me la sto vivendo così.
C’è una frase che senti come manifesto del brano?
Allora: c’è una frase che in realtà non è nel testo, ma io la sottintendo. Quando dico “con il disco di Battisti ancora lì per terra, con il cane che lo annusa”, quella cosa nasceva da un appunto che avevo scritto io: “l’odore di un disco di Battisti”. Per me, se qualcuno mi dicesse una cosa del genere, io risponderei: “ecco la mia mano, sposiamoci. Non voglio sapere niente della tua storia, andiamo dritti all’altare” (sorride, ndr). È una frase che, rispetto alla parola e alla scrittura, contiene una delle figure retoriche che amo di più: la sinestesia. Quando mescoli tutti i sensi e non c’è più logica, ma solo un’immagine che ti esplode in testa.
Nel testo ritorna spesso anche l’idea del “ricominciare”.
Quando si racconta un percorso professionale sento spesso usare la parola “rinascita” ma sono un po’ contrario a questo termine, come a “ripartenza”, perché sembrano indicare una fine netta e poi un nuovo inizio. In realtà è tutto un continuum. E, come dicevo, è molto più storta. Quando dico “ricomincio sempre” lo dico nel senso che mi piacerebbe ricominciare, ma in realtà non ho mai smesso. Non c’è mai stata una fine vera. In questo senso è una canzone sospesa, non ha un vero finale, ed è per questo che mi piace.
E poi c’è una cosa che non ci dicono mai: la vita è fatta anche di noia. La vita è noiosissima, a volte. Ma quando la racconti prendi sempre solo i momenti forti. La vita è anche noia. E la noia è una roba potentissima. Anche nel processo creativo: le cose migliori nascono quando ti senti frustrato.
Foto Mauro Balletti
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