Tu mi piaci tanto è il brano che porta per la prima volta a Sanremo Sayf, artista italo-tunisino classe 1999 scelto nel 2025 per il programma ‘RADAR’ di Spotify Italia. Poche parole, ma idee chiare e piedi ben piantati a terra, con la voglia di fare musica al primo posto.
“Di ansia muoio, ma per i fatti miei, non per la gara”, spiega a proposito del debutto alla kermesse. “Sanremo è un contesto che rispetto, la canzone mi piace per come è venuta, ma non ho ansia in quel senso. Sono tranquillo, non mi aspetto niente: vado a fare quello che faccio sempre.
Come è nata la canzone?
Il genere non è stato ragionato: è uscito così e ci è piaciuto così. L’unica scelta più ragionata è stata sulla struttura, dare più spazio ai ritornelli. A me piacciono ritornelli anche cantautorali, che non siano solo musicalmente piacevoli ma che dicano qualcosa.
E come ti sei sentito con l’orchestra?
Onorato. Contento, da musicista. È bello suonare con l’orchestra. Ha dato molta più anima al pezzo.
L’inizio del brano è molto cinematografico, con riferimenti geografici precisi.
È uscito spontaneo. Scrivi le prime parole e vai: “figlio di un muratore”, poi le immagini vengono.
La Liguria l’ho vissuta in prima persona: ho tolto il fango quando avevo 13-14 anni. Sono cose che succedono. C’è anche un’allusione alla mala amministrazione, senza entrare in competenze che non ho.
Ci sono diversi riferimenti diretti alla realtà e all’attualità. Come ti approcci a questo tema?
Penso come tanti, e spero come tutti nel profondo. Sono un sognatore, sogno un mondo tranquillo, unito. Siamo tutti uguali, davvero, solo che ce lo dimentichiamo. Il brano è un po’ un simbolo di non violenza. Io non sono un rivoluzionario, faccio una canzonetta. Poi magari qualcuno la prende, reinterpreta, o gli viene voglia di fare qualcosa. Insomma, voglio dire: io ci sono.
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Nel brano echeggiano anche Tenco e Rino Gaetano: quali sono le tue radici musicali?
Mi vengono spontanei perché mi piacciono. La musica mi piace tutta, ma mi sono affezionato molto alla musica italiana dal ’60 in poi. Mi affascinano le vicende della Prima Repubblica, per capire cosa è successo e capire cosa succede adesso. Le dinamiche sono sempre circolari. La citazione di Tenco è più personale: parla della pressione, dell’aspettativa. È come dire: per me questa è una fase di tirocinio. Ho fatto musica tutta la vita senza attenzione addosso, ora arriva e senti la pressione di giocartela bene, anche a livello di vita.
Ti senti un ponte tra mondi diversi, anche sul tema delle seconde generazioni?
Sono mischiato, non appartengo a una sola narrazione. Questo a volte è un vantaggio, a volte no.
Non l’ho vissuto su di me, ma ho visto le difficoltà: permessi, file in questura, frustrazione. Se sei nato qui e devi dimostrare di poter stare qui, pesa tantissimo. Spero si possa semplificare, anche se non ho gli strumenti per dire come.
Parli anche di errori e del desiderio di rallentare. Ti senti in grado di farlo?
No, purtroppo no. Questo mondo ha i suoi ritmi, la musica va veloce e Sanremo è folle.
Con gli errori ci fai pace. Non li vivo come fallimenti: sbagliare è fondamentale, così come dire “ho sbagliato”. Se analizzi, è tutto comprensibile.
Come lavori, invece, sull’equilibrio tra ironia e pathos emotivo?
Secondo me va letta in una chiave infantile. Il bambino dice le verità ridendo. È un modo per dire cose anche crude senza la pesantezza dell’adulto. È molto naturale, poi con la pratica affini la tecnica.
Che rapporto hai con il Festival di Sanremo e con la televisione?
Sanremo l’ho sempre visto come cultura italiana. Mi ha sempre affascinato. Anche la televisione mi affascina, ma la prendo anche un po’ in giro. Per esempio, i talent li ho provati, poi ho deciso di non andare avanti. Li ho sempre visti come ultima spiaggia. Il problema è che sono intrattenimento, ma non vengono raccontati come tali.
Com’è nata, invece, l’idea di duettare con Alex Britti e Mario Biondi per la serata delle cover?
In realtà è nata abbastanza a caso. Abbiamo visto recentemente su internet che loro due avevano suonato insieme e da lì ci è venuta l’idea. Poi entrambi hanno suonato con Ray Charles. L’idea del pezzo c’era già, stavamo capendo come fare e con chi farlo. Poi, per come la vedo io, le cose vanno sempre come devono andare. Il destino ha voluto che andasse così.
C’è una vera e propria “onda genovese”. Ti sei chiesto il perché di questo successo?
Non mi sono mai interrogato troppo. Quando vedo che le cose girano bene mi fa piacere e basta. La musica che facciamo è genovese ma anche molto nazionale. Non romanticizza troppo Genova, anche se forse potremmo farlo di più, perché il fascino ce l’ha.
Hai ricevuto consigli da colleghi che hanno già fatto Sanremo?
Consigli generici: stare tranquilli, prepararsi al marasma. È come il ragno: fa paura, ma ha più paura lui di te.
Ma se vincessi Sanremo, parteciperesti all’Eurovision?
È una scelta che si farà al momento. Condivido le posizioni di chi protesta per quello che accade in Palestina.
Cosa consigli di ascoltare per “entrare” nel mood del tuo pezzo?
Rino Gaetano, Il giudice, Il bombarolo di De André, senza paragonarmi a loro! Per quanto riguarda me, Se Dio vuole intro o Egoista danno un’idea di chi sono.
E cosa vorresti arrivasse al pubblico del tuo brano?
Se arriva quello che sono io, per come mi vedete adesso, va bene. Non sono qui per fare la pop star, faccio quello che farei comunque. Per il pezzo, se arrivano messaggi di unione o spunti di riflessione, mi fa piacere.
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