Lettera a mia madre: Serena Brancale a Sanremo 2026 con l’intima ‘Qui con me’

Serena Brancale è tra i protagonisti della 76ª edizione del Festival di Sanremo con il brano Qui con me (Isola degli Artisti / Atlantic Records Italy / Warner Music Italy), per un ritorno molto atteso all’Ariston dopo la partecipazione dello scorso anno con Anema e Core, certificata platino. Se quella performance, che ha conquistato pubblico e critica, è diventata un vero e proprio inno all’amore autentico, non lo è da meno il brano 2026 con cui la cantautrice rivela il suo volto più personale.

Perché al centro c’è uno dei legami più intimi, quello con la madre, alla quale – e della quale – Brancale riesce a scrivere solo a sei anni dalla sua scomparsa. Un tempo necessario per tornare a respirare e guardare quell’assenza con più lucidità senza che questo possa mai del tutto lenire l’assenza.

Portare sul palco questa nuova versione di te richiede molto coraggio, forse più di un brano scatenato. Dove lo hai trovato? È legato al fatto che questa è la tua terza volta a Sanremo o alle esperienze che hai fatto negli ultimi anni?
È un po’ il frutto di quello che hai voglia di raccontare. Quest’estate è stata stupenda, fatta di concerti incredibili: ho portato Serenata ovunque, anche molto lontano, a Seoul, in Corea, a New York. Era un’estate di festa, Anima e Core si ballava ovunque. Ma a un certo punto nasce l’esigenza di chiedersi: se dovessi tornare a Sanremo, cosa porto? Io voglio portare me. Ho portato la festa, perché io sono anche quello, ma sono anche qualcosa che non dico. Allora ho sentito che era arrivato il momento di raccontare una cosa che, oltre a me, potesse emozionare anche gli altri.

Foto Thom Réver

Questo brano rappresenta, quindi, un ritorno alle origini?
È la parte più giusta adesso, dopo sei anni e dopo tanti brani estivi. Speravo di tornare con qualcosa di importante, perché avevo bisogno di cantare davvero.

Dal testo emerge un senso di vicinanza con tua madre ancora molto vivo, fisico quasi.
Parlo soprattutto di somiglianze fisiche. Io la sento con me perché mi guardo le mani, il sorriso, la mia età, e vedo lei. Ci sono cose che non sopportavo del suo modo di parlare e oggi mi accorgo che sono diventata esattamente come lei. È quasi tragicomico. Capisco anche tanti consigli che mi dava per paura, e oggi mi ritrovo a dire le stesse cose a mio fratello, che ha 23 anni. Ascolto la mia voce e inizia ad assomigliare molto alla sua. Quindi non è tanto una questione di fede, ma di quello che vedo ogni giorno allo specchio. Per questo è qui con me.

E quanto c’è del tuo Sud in questo brano?
In Qui con me c’è tanta della mia terra, e ci saranno anche delle sorprese legate ad essa. Ma Qui con me è soprattutto una lettera d’amore. Non è un brano nostalgico: io lo vedo come una cura alla nostalgia. C’è la Puglia, certo, ma di base racconto una cosa che mi fa male e che ho deciso di raccontare serenamente dopo sei anni. Racconto il rapporto con mia madre: lei cantava, e io continuo a cantare per lei.

Quanto sarà difficile reggere emotivamente un’esibizione così vera?
La verità è quello che porto sul palco. So che mi emozionerà tantissimo. Stamattina mi sono emozionata vedendo il videoclip che stiamo chiudendo: sono immagini che fanno parte di me realmente. Non è qualcosa che porti per far divertire, ma per raccontare qualcosa che ti ferisce, che continua a ferirti, anche se l’hai metabolizzata. È una ferita che resta. E quella verità sarà tutta sul palco.

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Come sono andate le prime prove con l’orchestra?
È stato bellissimo sentire l’orchestra applaudire. Ho visto i coristi, il primo violino, i percussionisti emozionati, e mia sorella con gli occhi lucidi. Abbiamo provato poco, perché quando hai chiara una cosa vuoi tenerti l’emozione e darle spazio nel momento giusto. Le prove sono state brevi ma intense. È stato bellissimo sentire finalmente dal vivo quei violini che avevo in testa da giugno. Mi sono sentita pronta. Sei anni sono stati fondamentali per arrivare a cantare Qui con me oggi. Non ci sarei riuscita l’anno scorso. Avevo bisogno di passare da Anema e core, Serenata. Sono fiera di quei brani: ogni step è necessario per arrivare alla consapevolezza.
Questo è l’anno giusto per parlare di mia madre.

La serata dei duetti con I Feel Love è stata molto distante da Anima e core e ha mostrato un altro lato di te. Pensi che quella esperienza ti abbia spinto a tornare a Sanremo con questo brano?
Sì, assolutamente sì. Quando mi sono sentita così tranquilla al pianoforte con Alessandra è stato un miscuglio di energie bellissime. Nel jazz l’interplay è fondamentale: non canti e basta, ascolti l’altro, rispondi, costruisci un dialogo. Questo è successo con lei, anche se non ci conoscevamo molto. Grazie a lei, al brano, al pianoforte, ho capito che potevo dire qualcosa in più a un eventuale prossimo Sanremo. È stato l’inizio dello scheletro di Qui con me. Sentirmi così ferma su quelle note lunghe, sicura, guardare il pubblico, la telecamera… lì mi sono detta: perché no? Tornare con una ballad e raccontare qualcosa legato alla mia verità.

Pensi che la tua versione più pop ti è forse servita come passaggio necessario per questa nuova essenzialità, anche estetica?
Io faccio quello che sento
. Se non lo senti, non sei vera né quando lo racconti né sul palco. Adoro Anima e core, adoro Serenata, fanno parte di me. Ma mentre cantavo Serenata, a maggio, ho iniziato a scrivere questo brano. È un’esigenza raccontare parti diverse di te. Non è “fare il singolo estivo”: è giocare con l’arte e con la musica.

Cosa ti ha lasciato, a livello di consapevolezza personale, la tua esperienza sui palchi esteri?
Quando vado all’estero mi ricordo sempre che non devo vergognarmi del mio modo di parlare inglese. Noi italiani abbiamo spesso questo problema: ci vergogniamo della pronuncia, del nostro modo di cantare.
Quando vai in luoghi come il Blue Note di New York, dove hanno cantato Ray Charles e oggi cantano artisti soul e jazz incredibili, hai sempre un po’ di timore: sei un’italiana che canta soul, un’italiana che canta in inglese.

Poi però ti rendi conto che loro adorano proprio questo. Adorano l’italiano che canta Fine gatch, Anema e core. Quest’estate siamo stati a Shanghai, Pechino, New York, Seoul, in Europa… e ogni volta penso che sono fortunata.
Quello che porto loro lo adorano, e non devo sentirmi meno se canto in italiano. Anzi, amano il fatto che portiamo con orgoglio una canzone in dialetto che nemmeno capiscono. È bello ricordarsi di essere italiani all’estero.

Sul fronte live, continuerai dunque a portare questo tuo doppio registro?
L’anno scorso il live era molto incentrato sulla festa, era molto coinvolgente. Ma in realtà l’ho sempre fatto anche nei concerti: già nel tour di Anima e core c’era una parte al pianoforte e poi il momento con la loop station da sola, più spoglio. Cantavo Serenata nel mio cuore per poi passare a Futura di Dalla e poi magari a Alleria di Pino Daniele alla chitarra. Non mi sono mai fatta problemi: canto Serenata e dopo un brano completamente diverso. Fa parte di me. È bello avere questo respiro coraggioso, internazionale, poter dire: “Sono questa, ma sono anche quell’altra”. Può piacere o non piacere, ma continuerò così. Anzi, forse daremo ancora più spazio alla parte elegante e poi, per contrasto, si ballerà. È tutto molto coerente con quello che sono davvero nella vita.


Foto Thom Réver

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