Ariete racconta ‘Tutti Tornano A Casa’: «Ho imparato a stare bene anche da sola»

A tre anni dall’album La notte, Ariete torna con Tutti Tornano A Casa, il nuovo disco in uscita il 2 ottobre per Bomba Dischi in licenza Warner Records Italy. Anticipato da Che Bella Vita con Angelina Mango, il progetto raccoglie dodici tracce che raccontano gli ultimi anni del percorso artistico e personale della cantautrice, attraverso una scrittura sempre legata all’autenticità e alla dimensione emotiva.

Il titolo Tutti Tornano A Casa racchiude un concetto che può assumere significati diversi: la casa come luogo fisico, protezione, punto di ritorno, ma anche come spazio interiore da costruire nel tempo. Nel disco questo tema attraversa storie, relazioni, ricordi e cambiamenti, trovando forma anche nelle collaborazioni con Mango, Fulminacci, Tredici Pietro e prima stanza a destra.

Un percorso di dodici brani che parte da L’alveare e arriva a Seduta n.65, passando per episodi più intimi, sentimentali e autobiografici.

Dopo l’uscita dell’album, Ariete porterà Tutti Tornano A Casa dal vivo con il CLUB TOUR 2026, prodotto e organizzato da Bomba Dischi. Sette appuntamenti nei principali club italiani accompagneranno il nuovo capitolo della cantautrice, che per la prima volta si confronterà con questa dimensione live più raccolta. Roma, Milano, Torino, Padova, Firenze, Napoli e Bitritto saranno le tappe di un tour pensato per ritrovare il contatto diretto con il pubblico.

L’intervista

Come nasce il titolo?

Il motivo principale per cui ho intitolato il disco in questo modo, in realtà, è stato il concerto di James Blake all’Auditorium di Roma. Inizialmente devo dire che ci sono stata per curiosità, perché l’avevo visto in un DJ set a Los Angeles qualche anno prima ma non avevo mai visto il suo concerto vero e proprio. Non conosco moltissimi brani, però comunque è un nome fighissimo. Ho detto: «Vado». Ero nel parterre, quasi verso la regia, e alla fine del concerto, che è stato molto bello, mi vedo proprio un’immagine che non mi era mai stata tanto nitida.

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Mi sono messa a osservare le persone che si separavano e tornavano ognuna alla propria casa, alla propria vita, alla propria macchina. Questa è una condizione reale che prende il nome di “sonder” e che si utilizza proprio per esprimere il concetto di incontrare ogni giorno tantissime persone e rendersi conto che sono tutte sconosciute, che vivono la stessa vita tua, ma in maniera totalmente diversa.

Ecco, chiamare il disco Sonder non mi sembrava l’idea migliore (sorride, ndr) quindi ho cercato di raccogliere questa sensazione nel concetto del tornare a casa.

Che idea di casa prende forma in queste tracce?

Ecco, non si tratta di una casa da intendersi didascalicamente. Ho la fortuna di stare bene a casa mia, ma tantissime persone una casa non ce l’hanno: è stata bombardata, banalmente, oppure vivono situazioni scomode di violenza, di maltrattamento o, banalmente, sono ragazzi adolescenti. E anch’io, diciamo, schifavo molto le mie quattro mura domestiche quando ero più piccola: è una cosa normale per un adolescente.

Non a caso, nella copertina, la casa diventa una valigia in cui sono raggomitolata. Questo perché tornare a casa è un viaggio e io mi sono fatta un po’ i miei comandamenti in testa rispetto a quello che deve avere una casa ideale, sia fisica che metafisica. Rispetto, ascolto, pazienza e tanta comprensione.

E io poi sono giunta a questa conclusione: che oltre alla casa che abito, che è la mia e la abito con molto piacere – sono una grande appassionata di architettura, di design, quindi quando ho comprato casa mia me la sono pure fatta come se stessi giocando a The Sims – allo stesso tempo la cosa più importante è che, per una volta, in questa casa fisica e metafisica ci sono al centro io e non io più altre persone che tendevo a contornarmi. Ho imparato a stare molto bene da sola nella mia casa, appunto, fisica e metafisica.

Dal punto di vista testuale, come hai lavorato? È cambiata la tua scrittura?

Intanto, per me è importante che in ogni mio progetto ci sia trasparenza, è al primo posto. E a questo giro, in tre anni, ho avuto il tempo per scrivere tantissimo e scegliere di mettere nel disco solo ciò che mi soddisfacesse pienamente. Quindi, come secondo elemento, si sente l’autenticità. Secondo me, quando ascolti una canzone deve essere bella, ma deve pure parlare di cose in cui riesci a rivederti. Non è mai facile da parte di un artista mettersi allo stesso livello della persona che ti sta ascoltando… Da qui il fatto che per me fosse importante usare immagini concrete, reali.

Mi ha aiutato anche il cinema: mi sono vista una marea di film e mi sono scaricata anche l’applicazione per recensirli. Ecco, ho capito che ragionare per immagini mi aiuta molto nella scrittura e, secondo me, aiuta anche nell’empatia con il pubblico.

Tutti Tornano A Casa si apre con L’alveare, che in fondo non è così lontano dal concetto di casa.

Sì, nasce proprio dal confronto tra la vita di un essere umano e quella di un’ape, quindi si lega alla dinamica di una casa. Sembra curioso, ma ho trovato molte similitudini e mi ha divertito molto scrivere quel brano perché, effettivamente, l’alveare è l’esempio di una casa perfetta dove ci sono collaborazione e protezione. L’unica differenza, appunto, è che non è una casa reale per quanto le api che ne fanno parte ogni giorno partono e tornano, dopo essere andate di fiore.

Ma può succedere anche di non tornare, quindi è anche un modo per dire che ci sono tante cose spaventose. Delle volte è meglio prendere coraggio e fare ciò che dobbiamo. Così chiudo il brano dicendo: “Ci vuole equilibrio per volare da un fiore a un altro, vivere tra un cuore e un altro, per girare il mondo senza mai trovare il proprio posto”, perché magari capita che giri, giri, giri e non trovi mai un posto effettivo dove poggiarti.

E dico anche “ci vuole coraggio per fidarsi del sole di marzo”, perché un giorno stai in maniche corte, il giorno dopo diluvia. Non sempre è facile organizzarsi… voglio dire, nel mondo ci sono tante cose che fanno paura, ma voglio partire comunque.

A questo album hai dedicato tre anni: che viaggio è stato dal punto di vista personale?

Diciamo che sono sempre stata un po’ la ragazza simpatica a tutti, che ti fa la battuta, che difficilmente vedi in un angolino che non parla, che non comunica. E ho sempre avuto un rapporto anche molto difficile con il pianto e in generale con l’esternare le emozioni, molto belle o molto brutte. Per dire: non ho mai pianto d’emozione durante tutti questi anni in cui ho fatto concerti. Insomma, ho fatto il PalaLottomatica, che era il mio più grande sogno, ma proprio non mi uscivano le lacrime.

In questi tre anni ho imparato a conoscermi tanto, scoprendo tante cose di me che, con la mole di lavoro che c’era prima, non avevo avuto il tempo di focalizzare. In passato ho usato più volte l’immagine di essere su un treno e vedere il mondo fuori molto velocemente, mentre quando si cammina fai caso anche alla foglia di un colore diverso dall’altro. Questo per dire che sono contenta di essermi fatta questa lunga passeggiata nei miei pensieri, nei miei rapporti, in me stessa in generale.

E prendendo in prestito la valigia della copertina, che rapporto hai con il viaggio in senso fisico?

Adoro viaggiare ma paradossalmente in questi due anni, proprio io che sono il tipo di persona da biglietto last minute, ho viaggiato anche molto poco. Sono stata tantissimo a Roma e ho riempito il mio bagaglio di cose che magari prima non c’erano: una profondità e un approccio diverso ai miei sentimenti, grazie anche alla terapia, tema che mi è sempre stato molto a cuore. So che molti ragazzi che mi ascoltano lo fanno anche per questo, ma devo dire la verità: non avevo mai trovato il coraggio io, invece, per farlo.

Invece poi, in questi anni, ho fortemente voluto riempire il mio bagaglio, magari con meno calamite della Malesia piuttosto che dell’Indonesia. Mi vengono in mente duemila viaggi che ho fatto in momenti molto più pieni… invece stavolta, la mia valigia l’ho riempita di consapevolezza, di nostalgia, di crescita, di rapporti nuovi o cambiati. E in primis quello con me stessa.

Come si è evoluto, e come vorresti crescesse ancora, il rapporto con i tuoi fan?

Intanto ci sono facce che vedo veramente sempre, da cinque, sei anni; loro sono gli affezionatissimi. Non mi nascondo dietro un dito: nel 2022 ho vissuto un periodo in cui ho avuto una grande esposizione, di cui non mi rendevo nemmeno conto inizialmente. E l’inconsapevolezza mi ha portata anche ad essere tanto felice perché non avevo proprio la testa al “adesso faccio ‘sta cosa, quanto guadagno, adesso faccio ‘sta cosa, quanti follower prendo?”. Quel pensiero non c’è mai stato.

Devo dire che la magia che si è creata in quel momento è una magia che voglio tantissimo che si evolva, ma non mi faccio nemmeno aspettative rispetto al fatto che chi c’era ci sarà ancora. Sono cresciuti, molti mi hanno aspettata, altri probabilmente mi hanno perso un po’ per strada. C’è una quantità spropositata di artisti che ascoltavo tantissimo e che non ascolto più o ascolto meno, oppure in determinati periodi qualcuno mi piace così tanto che voglio ascoltare solo quello.

Per me conta il messaggio che voglio portare con la mia musica. Mi auguro per esempio che qualcuno possa scopriremi adesso, per la prima volta. Faccio musica sia per abbracciare quelli che mi hanno sempre aspettata, sia per allargare le braccia e farlo con tanti altri.

E a proposito di ritmi veloci, se ripensi oggi al tuo primo Festival di Sanremo che bilancio ne fai?

Dalla mia esperienza a Sanremo ho colto veramente tantissime cose. È stato un salto gigante per me che non avevo mai fatto tv… quindi è stata una bellissima sfida, divertentissima. Ho pensato tanto anche a cosa mi ha lasciato e mi ha lasciato molto. È stata una prima volta che ricordo con felicità, a partire da Amadeus sempre carinissimo con me. Se lo rifarei? Beh è un’opportunità che coglierei al volo nel caso in cui ci fosse il brano giusto.

Non sto parlando solo di Sanremo in generale: i brani belli, i brani giusti fanno sempre il giro e nel mio caso c’è sempre la sincerità. In questo momento ho queste dodici nuove canzoni, un tour con dei palchi miei da marcare e quindi mi concentro principalmente su questo. Voglio anche rimettermi un po’ a contatto con la questa vita pubblica che davvero per due anni ho messo da parte. Ora ho proprio la testa al disco.

Cosa puoi anticipare dei prossimi live?

Posso dire che il palco sarà uno spazio molto pulito, soffuso ed etereo. Ho già un po’ di idee e sicuramente ci sarà qualcosa che riguarda la casa. Magari un divano, per qualche momento più intimo in cui, chissà, far sedere i fan con me. Pensavamo, per riprendere anche un po’ la copertina, a una bella moquette, a un fondale. Poi vorrei portare una dimensione anche nuova per me, che è quella della loop station con cui riarrangiare alcuni dei miei primi brani che saranno in scaletta insieme a questo disco… non vedo l’ora.

Anche perché non mi sono mai esibita nei club, quindi l’emozione è dovuta anche a quello. Vivo per suonare live… è la dimensione che più desidero per presentare la mia musica. Ovviamente l’augurio che faccio più che a me a questo disco è che possa avere la coda più lunga possibile. Quindi mi auguro di portarlo poi in giro anche in altri tour, magari in altre vesti.

Ariete – CLUB TOUR 2026

Di seguito le prossime date live nei club:

  • 7 novembre 2026 – Roma, Atlantico
  • 19 novembre 2026 – Milano, Alcatraz
  • 21 novembre 2026 – Torino, Teatro Concordia
  • 25 novembre 2026 – Padova, Hall
  • 1 dicembre 2026 – Firenze, Viper Theatre
  • 10 dicembre 2026 – Napoli, Casa della Musica
  • 11 dicembre 2026 – Bitritto (BA), Palatour

Immagini via ufficio stampa

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