X Factor 2026, il talento oltre lo show: AI, burnout e futuro della musica secondo i giudici

Il futuro della musica passa anche da qui: dalla televisione, dai talent show e da una generazione di artisti chiamata a muoversi in un mercato sempre più veloce, saturo e imprevedibile. X Factor 2026 – dal 10 settembre su Sky e NOW – diventa così un osservatorio privilegiato per interrogarsi non solo su come nasce un talento, ma anche su cosa significhi oggi costruire una carriera, confrontarsi con l’intelligenza artificiale e resistere alla pressione della performance continua.

Tra intrattenimento e ricerca musicale, tecnologia e dimensione umana, la nuova giuria riflette sulle sfide che attendono gli artisti di domani e sul futuro di un format che, dopo vent’anni, continua a cercare nuove forme per raccontare la musica.

X Factor: intrattenimento o scoperta di nuovi talenti?

Questi temi sono emersi anche in conferenza stampa sollevando punti di vista interessanti da parte dei giudici. Per Francesco Gabbani, a proposto dell’identità dei talent show oggi “ci sono entrambe le cose. Da una parte c’è sicuramente l’intrattenimento, perché a tutti gli effetti è uno show ed è importante che diverta il pubblico“.

E anche chi lavora al programma deve divertirsi: “Questo divertimento deve passare anche da chi lo realizza: se chi lo fa non si diverte, difficilmente si riesce a trasmettere qualcosa“. Dall’altra parte, prosegue, il giudice rimane intatta la funzione di scoperta. “Continua a esserci la speranza di poter veicolare un talento che magari non ha avuto la propria occasione attraverso altre strade“.

Giorgia sottolinea, quindi, come il pubblico continui a dimostrare interesse: “Sono tanti anni che viviamo i talent e, a quanto pare, il pubblico è ancora attratto, si affeziona, segue e si interessa. Se ci pensiamo, X Factor è anche uno dei pochi luoghi in cui oggi si fa musica in televisione“.

Jake La Furia introduce però una distinzione fondamentale: “Si guarda sempre al dato musicale, che ovviamente è importante, soprattutto per capire cosa succede agli artisti dopo la trasmissione. Ma la prima cosa che ho scoperto sulla mia pelle facendo questo programma è che qui non facciamo esattamente musica: facciamo televisione“.

Siamo giudicati per i numeri che facciamo in televisione. Se fossimo qui semplicemente a fare musica, probabilmente la faremmo da un’altra parte, senza la TV.

L’obiettivo, però, resta quello di accompagnare i concorrenti oltre lo schermo. “È ovvio che il desiderio di ognuno di noi sia accompagnare gli artisti affinché, una volta finita la televisione, possano costruire una carriera nel mondo della musica. E piano piano, secondo me, ci stiamo riuscendo“.

L’intelligenza artificiale e il futuro della musica

Tra le questioni che inevitabilmente attraversano anche il mondo dei talent c’è quella dell’intelligenza artificiale. Jake La Furia non si definisce contrario, ma ammette che i confini siano ancora tutti da stabilire. “Per quanto mi riguarda, non sono completamente negativo, ma non ho ancora un’opinione definitiva perché non ho capito quali siano i confini della partecipazione dell’intelligenza artificiale alla musica“.

La domanda, infatti, è anche filosofica: quando una tecnologia interviene nel processo creativo, quanto resta dell’artista? “Se io devo scrivere il testo e poi questo viene cantato dall’intelligenza artificiale, oppure devo impostare il gusto della produzione e comunque schiacciare dei bottoni, allora mi chiedo: è un pezzo fatto con l’intelligenza artificiale o abbiamo semplicemente cambiato lo strumento musicale?“.

Finché esiste un apporto umano, La Furia non vede necessariamente un problema. “Finché c’è una partecipazione umana, non sono contrario all’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Se invece diventa semplicemente “schiacciare un bottone” e casualmente si crea un pezzo che diventa la nuova musica, allora per me è diverso“.

E racconta un episodio che gli ha fatto toccare con mano quanto la tecnologia sia già avanzata: “Ho scritto per una cantante italiana e ho anche cantato. Poi il produttore ha schiacciato un bottone e cantava lei. Io l’ho guardato e ho pensato: “Allora è finito il mondo”“.

Per Irama, tuttavia, la questione si inserisce in un problema ancora più ampio: quello della sovrapproduzione. “Secondo me siamo anche in un momento saturo e agli artisti viene chiesto tantissimo. Una volta un artista poteva impiegare anche cinque o sei anni per fare un album. Oggi viviamo in un mercato in cui sembra quasi obbligatorio pubblicare un disco all’anno“.

Una pressione che si somma alla ricerca continua di numeri e risultati. “Siamo in un momento storico di overperformance: tendiamo a spremere tutto, ad avere tantissimo inquinamento acustico, inseguiamo il successo, guardiamo continuamente i numeri e siamo diventati un po’ schiavi anche di questo“.

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Proprio per questo Irama ipotizza una possibile reazione opposta: Forse, in futuro, si andrà un po’ a ritroso. Si cercherà l’imperfezione, la verità anche nei testi, quella “sporcizia” che rappresenta l’umanità dell’artista“. E c’è un elemento che, almeno per ora, nessuna tecnologia sembra poter sostituire: “La musica dal vivo non si può sostituire. Puoi sostituire o modificare la realizzazione di un album, ma vivere un’esperienza dal vivo è qualcosa di troppo umano per essere sostituito dall’intelligenza artificiale“.

Giovani artisti, pressione e rischio burnout

Il tema della preparazione diventa, quindi, centrale anche quando si parla di burnout e di giovani artisti che si trovano a gestire improvvisamente esposizione, aspettative e pressione. Per Paola Iezzi la parola «preparazione» deve essere intesa in senso molto più ampio di quello puramente tecnico. “Bisogna arrivare preparati. E quando dico preparati non intendo soltanto tecnicamente“.

Non basta, dunque, avere una buona tecnica vocale o saper suonare:

Significa essere preparati anche psicologicamente.

È anche per questo che Iezzi guarda con una certa cautela alla partecipazione di ragazzi troppo giovani. “È per questo che ho sempre un po’ di timore quando vedo ragazzi troppo giovani presentarsi a un contesto come questo. Alcuni sono già strutturati, altri invece no. Essere travolti magari da un successo e subito dopo da un insuccesso può essere molto difficile, perché questo è il mestiere.

Un mestiere che, per sua natura, non offre certezze. “La musica e fare l’artista significano non avere certezze. Il mestiere dell’artista è precario. È sempre stato così“. E in un contesto sociale che sembra invece premiare continuamente performance, status e successo, diventa fondamentale costruire strumenti personali di resistenza.

In un mondo in cui l’economia è importantissima, in cui mostrare un certo status sociale è diventato fondamentale e in cui essere performanti e vincenti sembra essere il modello unico di riferimento, bisogna in parte combattere questo sistema con gli strumenti personali che abbiamo”.

Per chi decide di entrare in un talent show, la preparazione psicologica diventa quindi imprescindibile. “Essere capaci di assorbire un insuccesso è una delle tantissime difficoltà che incontrerai nella vita e forse, in un mestiere artistico e creativo, questa cosa viene portata all’ennesima potenza“.

La consapevolezza di sé, in questo senso, è una forma di protezione. “Più conosci te stesso, più riesci a strutturarti per affrontare la vita“. E prepararsi significa anche conoscere la musica in profondità, non limitarsi all’esercizio tecnico. “Bisogna aver maturato almeno il genere che vuoi fare, la musica che vuoi fare e una certa conoscenza“. Il talento, insomma, da solo non basta.

Una giuria più affiatata può aiutare i ragazzi?

Alla vigilia della nuova stagione di X Factor, la curiosità si accende anche sulle dinamiche al tavolo dei giudici. Abbiamo visto stagioni caratterizzate anche da scontri e tensioni, mentre questa edizione sembra puntare maggiormente sull’affiatamento.

Iezzi non nasconde di preferire decisamente il confronto civile alla conflittualità costruita. “Io vivo male il conflitto. A volte è inevitabile, ma dipende sempre da come lo affronti. Ci vuole una certa dose di intelligenza per discutere in modo civile“.

E soprattutto: “Non sopporto chi utilizza la rabbia e la frustrazione e cavalca quell’onda per alimentare polemiche inutili ed emergere. Grazie a Dio questa cosa non fa più parte di X Factor”. “Questa atmosfera non è costruita: i ragazzi possono assorbire una vibrazione positiva e, prima di cantare, avere almeno la possibilità di salire sul palco in un clima disteso non è affatto male“.

Jake La Furia conferma: “La serenità tra di noi è assolutamente casuale, nel senso che non è costruita. Fin dal primo anno ci siamo trovati bene insieme. È stato un po’ come andare a scuola, conoscere i compagni e divertirsi“.

E anche gli avvicendamenti nella giuria, secondo lui, hanno contribuito a creare un meccanismo armonico. “Le sostituzioni che ci sono state sono sempre avvenute con artisti che si sono inseriti perfettamente in un meccanismo armonico. Non c’è nessuno che vuole prevalere, nessuno che urla“.

Il programma, naturalmente, resta televisione: “Quello che vedete in trasmissione è anche il risultato del montaggio, che serve a rendere lo show più appetibile anche a chi vuole vedere il sangue. Ma la verità è che noi andiamo al lavoro per divertirci“.

E se questa atmosfera abbia un effetto diretto sui concorrenti, La Furia preferisce non sbilanciarsi: “Loro assorbono la giuria soprattutto durante il live, che comunque non è un momento in cui sono particolarmente distesi. Però credo che questa atmosfera abbia fatto molto bene alla trasmissione e al nuovo percorso di X Factor, che va nel segno della rilassatezza, del divertimento e della musica».

Gabbani concorda, aggiungendo un punto di vista legato soprattutto alla concentrazione dei concorrenti: “Credo che il fatto che non ci siano accese diatribe al tavolo possa forse aiutare un po’ i ragazzi. Mi immagino un concorrente che deve aspettare il giudizio e il resoconto sull’esibizione appena fatta. In quella fase, stare lì a guardare magari un battibecco tra i giudici potrebbe distrarlo. I ragazzi assorbono questa armonia soprattutto durante il live, ma forse un po’ di serenità in più gli fa bene“.

Il cantautore riserva, quindi, una valutazione positiva sulla nuova composizione della giuria e sottolinea il valore umano del nuovo ingresso: “L’arrivo di Filippo è stato un bellissimo ingresso: oltre a essere un grande artista, è una persona umanamente splendida. Quindi credo che anche questo abbia contribuito alla bella atmosfera che si è creata“. Almeno fino alle Live…

Foto via ufficio stampa

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