La scena musicale genovese, già ricca di talenti ai vertici delle classifiche, vede emergere un nuovo nome. Parliamo di Plasma (all’anagrafe Antonio Silvestri), classe 2001, che reduce dell’esperienza ad Amici 2025 è pronto a pubblicare l’EP Perdigiorno, in uscita venerdì 8 maggio. Sette le tracce contenute – fra le quali tre brani pubblicati durante il talent e il nuovo singolo Colore – che raccontano gli ultimi due anni di vita del giovane artista.
“Un racconto, più che una fotografia”, ci spiega Plasma già proiettato verso quello che verrà. Gli impegni live, l’incontro con i fan e la musica a venire. Canzoni che, chissà, potrebbe nascere spulciando tra gli appunti scritti rigorosamente su carta e collezionati nel tempo.
Vigilia di un nuovo EP, Perdigiorno. Come ti senti?
Mi sento elettrizzato, super emozionato. Diciamo che questo progetto arriva in seguito a tre settimane – da quando sono uscito dal programma – in cui ho lavorato tantissimo. Sono stato molto in studio a finalizzare tutto quanto, compreso l’aspetto più grafico ed estetico. E poi, c’è stato appunto il percorso all’interno del programma insieme a tutto quello che è successo prima… quindi lo vedo tanto come un momento di chiusura di tantissime cose. Dentro c’è tutta l’emozione di questo periodo.
Se dovessi raccontare la strada che porta a questa pubblicazione, quali sono le tappe?
Le tappe fondamentali, proprio parlando di musica, secondo me iniziano un po’ due anni fa, quando ho scritto la prima canzone, Colore. Avevo scritto anche Perdere Te in quel periodo. Successivamente sono successe tante cose: sono entrato ad Amici, dove ho scritto tantissimo. Lì, oltre alle cover – ne ho scritte tipo 50 o 60 – ho scritto anche sette inediti più o meno. Tre di questi sono nel progetto: Perdigiorno, che ho scritto lì dentro e pubblicato lì, Maledetto io e Blu.
Quindi c’è tanta musica più recente e anche meno recente. È bello perché in ognuna di queste tracce percepisco un fil rouge di sound e di concetti che mi piace tantissimo. E poi racchiude un periodo e ne dà una narrazione che è bellissima per me in primis e penso possa esserlo anche per tante persone. Ora vediamo cosa succede, però sono veramente emozionato.
Quindi più che una fotografia è proprio un racconto?
Lo definirei così, sì, esatto.
In che misura i tre brani già usciti anticipano le atmosfere dell’EP?
Sono abbastanza diversi tra loro. Perdere te ha un suo sound, un po’ rap e un po’ pop. Poi c’è Segreto, che ho scritto l’estate scorsa tra il club e la spiaggia, quindi ha una vibe più reggaeton, più scanzonata. E c’è Perdigiorno, che invece per me è quasi un manifesto generazionale, per come l’ho scritto e per come mi sono sentito quando l’ho fatta. Sono tre canzoni che raccontano cose diverse, ma quello che hanno in comune è la stessa matrice che poi c’è anche nelle altre tracce.
Quando ho scritto Perdigiorno mi sono reso conto di aver toccato un tema importante: la nostra generazione ha tanti problemi legati alle aspettative, al rincorrere lo status, alla competizione, soprattutto attraverso i social.
Io, per esempio, ho tolto le storie a tutti: non le guardo, non perché non mi interessi la vita degli altri, ma perché quello che vediamo è spesso una proiezione super positiva. Preferisco pensare a una persona, chiamarla e chiederle come sta.
Ecco, Perdigiorno è connessa all’idea di fare qualcosa senza pensare alla finalità economica o al ritorno. Oggi esiste anche la categoria dei NEET, ragazzi che non studiano e non lavorano. Avendo studiato psicologia, sono dinamiche che conosco e che mi appassionano. Nella musica, come nell’arte, c’è questa connessione con ciò che fai per il piacere di farlo, senza aspettarti qualcosa in cambio. Questo è il fil rouge che collega tutte le canzoni dell’EP.
Quanto è importante la risposta emotiva del pubblico rispetto a questi temi?
È tutto. È bellissimo. Io scrivo in modo molto individuale: sono lì, con la lucina accesa e i fogli di carta – molto vintage – come quando ho iniziato. Però poi, quando questa musica nasce da un luogo sincero e incontra le persone, che la cantano o mi scrivono, è molto gratificante. Non nasce per quello, ma vedere che arriva così è stupendo. È come un albero: non cresce per fare ombra a qualcuno, ma è bello se poi quell’ombra serve a qualcuno.
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Se guardi al ragazzino degli inizi e ne riascolti le rime, cosa ritrovi?
Sempre me stesso, più piccolo, magari con meno esperienza. Ho ritrovato recentemente un plico enorme di testi scritti da adolescente. Mi emoziona rileggerli… credo che nell’adolescenza ci sia una vicinanza alle emozioni molto forte, da cui imparo ancora oggi. Infatti sto pensando – lo dico per la prima volta – a un progetto futuro in cui riprendere quei testi.
Al ragazzino che ero forse invidio la sua spensieratezza, ma allo stesso tempo continuo a imparare da lui. Stava facendo tutto giusto, anche se pensava di sbagliare.
Ti definiresti un accumulatore di materiale creativo?
Sì, anche se nella vita perdo tutto! Però i testi li conservo, anche se sparsi!
È cambiato il tuo approccio alla scrittura?
No, è lo stesso. Prendo carta, strumentale e scrivo. È molto di getto. Cerco di non far intervenire troppo la testa, ma dire quello che è vero. Poi revisiono dopo, ma la base è istintiva. Lo facevo anche da ragazzino. Le influenze le capisco a posteriori, non mentre scrivo.
Com’è invece il lavoro in studio?
Scrivo anche in studio con i produttori. Mi piace molto la collaborazione: mettere insieme teste diverse. Da piccolo ero più “fatemi stare da solo”, ora è molto più bello fare le cose insieme.
È, quindi, cambiato anche il modo in cui vivi la musica?
Sì. Prima era uno sfogo, quasi un cestino dove buttare tutto. Ora è più una tela: qualcosa che costruisco, anche se parla di cose brutte, ma con un senso.
Arrivi da Genova, una scena molto fertile. Che aria si respira?
Secondo me è una cosa che parte da lontano: penso a De André, Fossati, Paoli e ancora prima Montale e la poesia. Poi, il rap con Drilliguria e Wild Bandana… sono tutti artisti che ho ascoltato fin da quando ero piccolo mentre le poesie le ho studiate al liceo. Mi viene da dire che c’è un linguaggio condiviso, qualcosa in questa città che ti porta a esprimerti.. poi, ovviamente, ciascuno si esprime a modo proprio ma c’è un fil rouge tra la scrittura degli artisti del passato e quella di oggi. È bellissimo, si sente che siamo figli della stessa terra.
Io personalmente, vengo da dal centro storico di Genova, coi suoi vicoli a ridosso del porto dove si respira un mix di culture. La storia, il mare, i monti… un terreno culturale che alimenta l’hip pop, il rap, il cantautorato, che sono mondi sempre in contatto. Per me, mamma e papà sono cantautorato e rap. Direi che qui c’è un insieme di fattori che porta a esprimersi senza il mito di dover fare il rapper o l’artista, ma ti fa naturalmente scrivere.
Qual è, ad oggi, la tua collaborazioni dei sogni?
Purtroppo molti dei miei artisti preferiti non ci sono più come Mac Miller e Lucio Dalla… difficile fare un nome ma ecco, oggi, in Italia, mi piace tantissimo Madame. Il suo ultimo album è sincero e molto bello.
Che estate ti aspetta?
Ci sarà un mini tour negli store per incontrare i fan, poi i live. Non vedo l’ora. E non ho pianificato ancora le vacanze perché penso lavorerò tanto. L’EP è un biglietto da visita, è un inizio.
Un antipasto di quello che verrà dopo…
Proprio così, è solo un antipasto.
La tracklist e il tour instore
Questa la tracklist completa dell’EP Perdigiorno:
- Maledetto Io
- Colore
- Perdere Te
- Segreto
- Perdigiorno
- Luna Storta
- Blu
Dal 7 maggio, poi, Plasma sarà impegnato nel Perdigiorno – Instore Tour:
- 7 maggio – Milano, Altrove, Via Arcangelo Corelli 27 ore 16:30
- 9 maggio – Eboli (SA), CC Le Bolle, via Serracapilli ore 17:00
- 10 maggio – Roma, CC Casilino, via Casilina, 1011 ore 17:00
- 14 maggio – Genova, Waterfront Mall, P.le John Fitzgerald Kennedy, 1 ore 18:00