Mannarino, esce ‘Primo Amore’: “Ho tolto l’ego dalla scrittura e sono diventato suono”

Nel mare magnum della musica di oggi, con decine di uscite discografiche allo scoccare della mezzanotte di ogni venerdì, ci sono piccoli grandi progetti che sanno farsi strada da soli. Album il cui ascolto fa sparire il resto, con una forza travolgente e mite che rende la parola ‘viaggio’ non una semplice etichetta per descrivere una tracklist.

È il caso di Primo Amore, nuovo album di Mannarino nato da un lavoro quinquennale fatto di ricerca autentica, allontanamento da certe formalità sociali, approfondimento emotivo e culturale. Dentro ci sono sentimenti, riflessioni, pensieri, contraddizioni forse, certamente vita vissuta, masticata e trasformata in musica.

Nel mezzo una crisi da cui poi tutto ha preso forma in modo semplice. A partire da una canzone, anzi due, come ci racconta l’artista.

Qual è stata la prima traccia da cui Primo Amore è nato?
Venere è stata la prima che ho scritto e poi Per un po’ d’amore, che sono poi i due lati della medaglia nel disco. Sono due canzoni che comunicano fra loro, un po’ come tutti i brani dell’album. Quest’album si è scritto così: sembra una grande unica canzone, nel senso che in ogni brano ci sono parti di altre canzoni e c’è un discorso generale.

Tornando a Venere l’ho scritta dopo che ero partito con un chitarrino, in un momento veramente di crisi personale e artistica. Volevo capire dove ero arrivato, ma soprattutto dove volevo andare e perché. Per la prima volta mi sono chiesto davvero chi fossi, cosa stessi facendo, cosa sia la vita… cosa sono queste mie mani, il mio corpo?

Da qui la scelta di allontanarsi?
Sì, mi ricordo che c’è stato un momento in cui, fra tutti i pensieri che avevo del mio percorso umano e artistico, ho sentito che dovevo allontanarmi da tutto e stare da solo. Sono partito con questo chitarrino, ho trovato un bungalow, una capanna nella foresta su un’isoletta, una tavola da surf e nient’altro. Mi alzavo la mattina presto e per un mese non ho scritto niente. Mi alzavo, scrivevo un diario, facevo surf alle sei del mattino, poi suonavo la chitarra e piano piano è uscita fuori l’idea del disco.

Volevo andare a cercare altro che non fosse la mera realtà, ma qualcosa che desse forza anche a me, che mi accompagnasse un po’.

Ho ascoltato molto, in quel periodo, Bob Marley, che sentivo da quando ero ragazzo, ma non così tanto. La forza del messaggio, la pulizia dell’arrangiamento, la voce mi hanno ispirato molto nell’affrontare questo lavoro. Ho messo lì le fondamenta del disco.

E cosa hai trovato in questo viaggio?
Con quest’album, almeno per il mio percorso, credo di aver trovato la possibilità di uscire da alcuni binari o da alcune comodità che dai per scontate. Anche nell’affrontare proprio la costruzione di un album e di una canzone. Quello che volevo fare è stato portare l’ascoltatore in un viaggio che gli facesse dimenticare la costruzione – quella che Chico Buarque chiamerebbe la construção – già a cominciare dalle durate che non seguono quella che dovrebbe essere la struttura di una canzone secondo le regole che vorrebbe il mercato. Volevo fare quasi una magia: uno si mette il disco nelle orecchie e poi si dimentica la realtà e, piano piano, dopo cinque minuti, sei in un flusso e stai volando là dentro.

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Nel disco trovi questa cassa elettronica che è proprio l’elemento nucleare, il BIT, lo zero e l’uno, diciamo, la matrice. Poi le percussioni che sono la terra, il chitarrino che racconta la mia strada, la mia voce. Infine i cori che, con l’elettronica, che creano una discrepanza tra il terreno e lo spirituale.

Che tipo di approccio alla scrittura hai avuto?
La cosa più importante che ti posso dire, per me, a livello umano, è stata togliere l’ego nella scrittura. Ovvero non scrivere cose perché erano scritte bene o per far pensare “hai visto che penna, come hai scritto sta cosa?”, ma usare frasi come dei mantra, in qualche modo, che suonassero atavici, che avessero un senso biografico e generale.

Per esempio, quando dico: “Ho dato fuoco a Roma per sentire un po’ di calore. Ho pregato il cielo perché venisse a piove. Io c’ho un giardino coltivato a spine, così non c’entra chi me può fa male. Ma il mondo canta quando esce il sole”.

Stavo lì con la chitarra, il cappello, ed ero diventato il cantante di Roma, dello stornello… per sentire un po’ di calore, ho dato foco a tutto questo. Poi dico “ho pregato il cielo perché venisse a piove”, questa pioggia è per me la depressione che ho dovuto affrontare per perdere degli abiti e trovarne altri. Anzi, forse prima ero nudo. E una volta piovuto, dico: “c’ho un giardino coltivato a spine così non c’entra chi me può fa male”.

Ho capito che spesso mi sono trincerato per paura, cosa che vedo fare pure ai miei colleghi pieni di insicurezze, traumi, narcisismo. Ho affrontato anche questo e alla fine dico che quando sento l’amore il mondo canta. E io quando canto sento amore.

Tutte frasi che possono essere lette anche storicamente.
Sì, macroscopicamente “ho dato fuoco a Roma perché venisse a piove” fa venire in mente Nerone che dà fuoco a Roma e il paganesimo. Mentre “ho pregato il cielo perché venisse a piove” rimanda all’idea di aver lavato i peccati finendo però per costruirsi un recinto che è il paradiso. Paradeison significa recinto, giardino chiuso, il giardino dell’Eden dove sono protetto dal male. Ma “il mondo canta quando esce il sole”, è come vivo l’amore, quando divento solo corpo e sento cose che sono altre. Oltre il recinto.

Volevo parlare di tutto questo in tutti i brani e sono felice di aver messo la mia vita al microscopio per parlare di cose personali al servizio di un messaggio più grande.

Come si tradurrà questo viaggio sul palco?
Quello che mi piacerebbe fare è un live in cui le persone arrivano e, dopo un po’, entrano in un rituale che non si blocca, dove non c’è pausa tra un pezzo e l’altro, ma è tutto organico tra ritmi, suoni e cori. Vorrei che il pubblico si dimenticasse la vita che c’è fuori ed entrasse in un altro mondo come perdendo il controllo del super io. In fondo, la musica è stata usata così per millenni, come portale e come rituale. Mi piacerebbe riuscire a fare questa cosa.

In Europa c’è sempre stata una visione alta, direi intellettuale, del cantautore, quasi fosse svincolato dal corpo. Quando vai in Brasile e senti Chico Buarque, Caetano Veloso, Gilberto Gil, tutta la musica sudamericana o africana, senti invece grandissimi cantautori e poeti che hanno scritto capolavori che non invidiano niente ai grandi poeti occidentali facendo muovere il culo alle persone. Qui c’è uno stigma su questo, come se il corpo valesse meno, in modo un po’ platonico: il mondo delle idee perfettissime e poi questa mera copia che è il corpo animale e ci tira giù. Invece quello che mi piacerebbe fare è proprio far vibrare i corpi per liberare le coscienze.

Beh, già ascoltando l’album posso dirti di aver perso la cognizione del tempo…
Questo è il più bel complimento che mi potevi fare perché significa che quello che avevo dentro arriva. Anzi, più che un complimento lo prendo come un abbraccio. E secondo me poi più ascolti il disco più entra dentro toccandoti certe corde. Ho lavorato proprio in questa direzione. In Kalanera, per esempio – a partire dalla quale il disco più psichedelico ed  etereo, fino al ritorno a terra con Primo amore – a un certo punto io dico: “entriamo in questa kalanera”.

In sanscrito “kāla” significa sia poesia sia tempo, quindi kalanera è l’amore che dà e la morte nega, perché tutto che abbiamo dentro si riduce a questo. Il male, il bene, il desiderio, questo buio lucido. E allora, perdiamo il senso!

Mi ricordo che a un certo punto ho sentito il bisogno di perdere il senso anch’io, quasi ritualmente: per far perdere il senso, devo perderlo anche io per primo. E quando canto, a un certo punto, la lingua diventa solo un suono che mi esce da dentro. Ho vissuto sulla pelle anche questa perdita di razionalità e sono diventato solo un suono. Era come dire: “Lo faccio io per primo, adesso magari succede pure a te”.

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Immagini via ufficio stampa

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