Si intitola io, Individuo – esattamente così nella scrittura – il nuovo album di nayt, che arriva dopo la partecipazione al Festival di Sanremo con Prima che. È il racconto personalissimo e drammaticamente intimo di un artista trentenne che ha il dono (sempre più raro e prezioso) di unire forma e contenuto, per dare vita a una cascata di pensieri che mettono al centro l’umano. È l’io (attenzione: non l’ego) inteso come essere che prova emozioni ed elabora idee, che si riflette nel noi; che guarda l’altro e ritorna a sé. Per ripensarsi e interrogarsi.
Penna chirurgica nei toni e nello stile, la scrittura di nayt diventa sempre più matura e riesce a raccontare dubbi personali facendosi specchio di una generazione e oltre. Ogni dettaglio ha una sua ragion d’essere. Così, in tempo di streaming e ascolti random, anche la tracklist non può ridursi in una playlist. Dalla rabbia veemente in apertura all’introflessione di Contraddizioni, il flusso si stempera senza perdere forza, immediatezza, credibilità. Dall’io al noi, attraverso tutto il mondo nel mezzo.
Se dovessi descrivere l’album, quello che hai provato durante la scrittura, quali emozioni hai attraversato?
Guarda, in realtà le emozioni che ho provato coincidono con quello che poi c’è dentro il disco. È un lavoro di ricerca, quindi faccio anche fatica a rispondere in modo netto a questa domanda: tutto quello che trovi lì dentro e che in qualche modo ti suscita qualcosa, evidentemente è ciò che ho provato anch’io mentre lo costruivo. Per il resto, lascio che a definirlo sia chi lo ascolta.
Le tracce mettono in luce un confronto con la realtà che ti circonda, dal mondo discografico alla società. Da dove nasce l’urgenza di scriverne anche lo scollamento verso ciò che senti attorno?
In un mio vecchio brano, Doom, dico che dire certe cose ad alta voce è un passo avanti. Ecco anche queste canzoni dico apertamente che mi sento lontano, ma proprio partendo da questa verità provo a tendere verso qualcosa, a cercare di avvicinarmi, di comprendere, di guardare meglio. Credo che ce ne sia bisogno, o forse ancora di più credo che sia una cosa molto bella che possiamo fare. E penso che sia importante poterlo dire oggi da uomo, da trentenne. Ma anche da rapper.
E come vedi, come vivi, la tua generazione?
Credo che la mia generazione oggi abbia una grande possibilità. Quella di fare da ponte tra le nuovissime generazioni – che nascono praticamente con il telefono in mano, immerse fin da subito nella tecnologia – e i nostri genitori, o chi li ha preceduti, che invece si sono trovati a un certo punto a dover entrare dentro questo mondo digitale e virtuale. Ma al di là dei social o della tecnologia in sé, parlo proprio di linguaggio: esistono tempi, spazi, ritmi completamente diversi. E noi siamo un po’ nel mezzo. Siamo nati e cresciuti in un momento in cui tutto questo ancora non c’era del tutto.
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Io, per esempio, a dieci anni passavo i pomeriggi nella camera di mia madre con il suo stereo, con i CD. Guardavo la tracklist, sceglievo magari la traccia 11, mettevo il disco, aspettavo che arrivasse fino a quel punto e ascoltavo. C’era un procedimento completamente diverso nella fruizione della musica, una complessità diversa, un altro tempo dell’ascolto. Questo vale per la musica, ma potremmo trasferirlo a moltissimi altri ambiti. Per questo penso che abbiamo davvero questa possibilità di fare da ponte tra macro-generazioni diverse. Viviamo anche una grande confusione, che credo sia inevitabile. Forse racconto proprio questo: quell’età in cui senti mille cose insieme e ti chiedi continuamente come fare a scegliere, come capire chi sei davvero. Ed è difficile, se parliamo dell’Italia, ancora di più.
Che cosa intendi?
Dico In Italia è difficile restare, ma è difficile anche andarsene. Perché è un Paese incredibile, ma allo stesso tempo diventa sempre più ostile sotto certi aspetti. Per molti ragazzi oggi restare qui e riuscire a vivere in modo dignitoso sta diventando quasi un lusso. Quindi sì, credo che siamo dentro questo limbo. Ma proprio per questo l’invito è a prenderne consapevolezza e usare le proprie risorse: perché forse possiamo davvero fare qualcosa di positivo.
Devo dire che mi sono sentito anche meglio di quanto immaginassi. Non avevo aspettative né troppo alte né troppo negative: ero lì pronto semplicemente a vivere quello che sarebbe stato. Ed è stato importante vedere che il mio messaggio arrivasse.
Ti abbiamo visto a Sanremo 2026: qual è il tuo bilancio a posteriori?
Sono uscito dall’esperienza di Sanremo molto felice e soddisfatto, soprattutto per essere riuscito a portare il mio linguaggio dentro una finestra come quella. Aver potuto sfruttare un’opportunità così importante portando il tipo di musica e di poetica in cui credo è stata per me una cosa molto bella. Non penso che un disco così vicino al rap e allo stesso tempo così complesso abbia mai ricevuto un riscontro simile in un contesto del genere, e di questo sono davvero contento.
Ti si è riconosciuto il fatto di non esserti snaturato.
Sì, non credo affatto di essermi snaturato, anzi penso che molti artisti vadano a Sanremo senza snaturarsi. Forse è più difficile vedere un genere come il rap non semplificarsi in quel contesto, ma non significa che sia necessario farlo. Sono contento perché ciò che ho portato non mi sembra mi abbia penalizzato dal punto di vista del riscontro, anzi. In qualche modo credo di aver comunicato che ciò che conta davvero è avere un percorso coerente, un’identità chiara e qualità nella musica che si fa. Poi le persone sono disposte ad ascoltarti, a comprenderti e anche ad accoglierti. Poi, naturalmente, ognuno ha i propri gusti.
Le citazioni e la collaborazione con Elisa
Nella tracklist spicca la collaborazione con Elisa. Come è nata?
Il pezzo con Elisa non è nato da qualcosa che avevo già pronto e che poi le ho proposto. Ci siamo trovati in studio una mattina presto e siamo rimasti lì fino alle tre di notte, lavorando completamente da zero. Da quella giornata è uscito quello che poi è diventato il brano. È stata un’esperienza incredibile e sono molto felice del risultato perché credo che abbia dato al disco qualcosa che mancava.
Io ragiono così anche rispetto alle collaborazioni negli album: quando sento che una presenza ha davvero senso, allora propongo di esserci. Lo faccio sempre in modo molto selettivo, e credo si veda anche nel modo in cui scelgo le collaborazioni. Per questo sono molto fiero di questo incontro artistico. Elisa è una maestra, sia di vita sia di musica, un’impressione che si è confermata ancora di più conoscendola personalmente in studio. Il brano che è nato insieme è uno di quelli a cui sono più legato e di cui vado più fiero.
Ascoltando le canzoni si riconoscono altre due presenze. Quella di Fabri Fibra e quella di Noemi.
Sì, la citazione dal brano di Fabri Fibra In Italia è arrivata in modo molto spontaneo mentre scrivevo. Quel brano contiene sicuramente una componente critica, ma anche ironica su alcune questioni. E quindi mi è venuto naturale quel collegamento, quasi automatico. Dentro c’è anche un aggancio a un certo tipo di immaginario che, in fondo, racconta bene il nostro presente.
Per quanto riguarda Astronauta, invece, tutto è nato da un’idea molto bella di Zef. Aveva iniziato a lavorare su una bozza partendo dall’idea di campionare Briciole. Ci siamo incontrati in studio, mi ha fatto ascoltare questo primo beat e devo dire che mi ha entusiasmato subito. Da lì ho iniziato a scrivere. Ho cercato di far convivere il mio testo con quello originale, dando nuova vita e un nuovo significato a ciò che già esisteva.
Nella tua riflessione arriva un brano come Punto d’incontro: che momento rappresenta nel disco?
Questa è una bella riflessione. Se guardi la tracklist, a un certo punto trovi tre brani in sequenza: Un uomo, Origini – Interludio e poi proprio Punto d’incontro. C’è un percorso dentro questa successione, un movimento che riguarda il disco ma anche il modo in cui vivo la scrittura da anni. Cerco di porre domande, di non appoggiarmi troppo alle certezze. Di rimettere continuamente in discussione che cosa significhi essere un uomo, ogni giorno. E farlo significa anche provare ad approfondire da dove vengo, da dove veniamo. Credo sia importante per tutti interrogarsi sulle proprie origini, provare ad arrivare alla radice delle cose, per quanto possibile.
Punto d’incontro è un brano che sembra rivolgersi a una donna, ma in realtà parla al mondo femminile nel suo insieme. Quel punto di incontro che cerco non è una risposta definitiva, né una soluzione. È piuttosto un tendere verso, un movimento. Non ci sono grandi rimpianti rispetto a ciò che si è avuto o non si è avuto, questo perché cerco di non inserire il giudizio dentro ciò che scrivo. E se succede, provo subito a rimetterlo in discussione. Più che fare un passo indietro, cambio prospettiva. Se giudico qualcosa, allora provo a giudicare anche me stesso. E a quel punto tutto si riallinea, tutto si azzera.
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Che cosa ci racconti, invece, degli Interludi?
Credo che parlino molto e che dicano tutto quello che c’era da dire. Mi piace molto l’idea di dare spazio, all’interno dei miei dischi, anche alle voci e alle storie degli altri. È qualcosa che faccio già da tempo, ogni volta in modo diverso, cercando di non ripetermi. Nel primo interludio c’è mia madre; nel secondo invece c’è una persona per me molto importante, una sorta di mentore, con cui ho spesso questo tipo di confronto. In quell’interludio in particolare si parla di devozione, di contraddizioni, del culto dell’idolo. Si sottolineano alcune contraddizioni che fanno parte di noi come individui, della nostra società, della collettività e anche di me, in quanto artista e personaggio pubblico esposto.
La scrittura e il rapporto con il pubblico
Quanto ti senti cresciuto come uomo anche attraverso io, Individuo?
A livello di scrittura, penso di essere riuscito a mettere in campo le riflessioni che volevo comunicare attraverso la musica. A livello pratico, credo di aver sviluppato un vocabolario più chiaro, una tecnica di scrittura più complessa ma allo stesso tempo più fruibile. Ho acquisito anche maggiore consapevolezza musicale, del mio gusto e della mia identità. La vita, però, è in divenire: non si smette mai di imparare, scoprire, capire cosa possiamo ancora esplorare in questo percorso di ricerca. Ogni nuovo album porta con sé un punto interrogativo: e per fortuna continuano a esserci, perché significa che c’è movimento, evoluzione, possibilità di scoperta.
E nei confronti del mondo femminile, cosa hai imparato?
Sicuramente c’è un dialogo che sto avendo con il mondo femminile, ma guarda, prima di tutto nella mia vita è un interesse viscerale, esistenziale: è qualcosa che sto vivendo profondamente in questi anni. Di conseguenza, tutto questo ricade nella mia musica. Credo sia molto bello e abbia un grande potenziale il fatto che un uomo di 30 anni, e un rapper, possa esplorare questi temi in questa società. Una società che ha evidentemente un problema nel modo di raccontare le donne.
Hai dichiarato di non amare i selfie. Che tipo di rapporto vorresti costruire con il pubblico?
Diciamo che qualcuno ci ha costruito sopra dei titoli un po’ facili della serie nayt non ama fare foto. Forse in parte è anche vero, nel senso che non è una cosa che mi viene naturale, ma il punto non è semplicemente questo. Il discorso è più ampio: non è che non mi piaccia fare foto, è che non mi piace l’idea di elevare l’artista, metterlo su un piedistallo o assecondare un meccanismo in cui l’artista diventa soltanto un pupazzo, o un simbolo di successo a cui affiancarsi. Perché io non credo di essere un simbolo di successo solo perché sono famoso.
Quando incontro le persone dal vivo preferisco guardarle in faccia, parlarci, chiedere qualcosa, oppure anche stare semplicemente in presenza, senza che tutto si riduca a un gesto automatico. Mi interessa che l’attenzione non sia su di me, ma sulla musica. E, se possibile, sugli altri. Perché è questo che provo a fare sempre: se ascoltate il disco, ma in generale tutto quello che scrivo, vedrete che cerco continuamente di rimandare altrove, verso chi ascolta.
Quando pongo una domanda, è proprio perché mi aspetto che poi la risposta la trovi chi ascolta, non io. Per questo, quando qualcuno mi guarda come se fossi più bravo, più intelligente o più importante, sento il bisogno di comunicare che in realtà questo rapporto esiste perché lo costruiamo insieme. Siamo dentro la stessa relazione.
Foto di Alessio Albi
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