Fabrizio Moro

‘Non ho paura di niente’, Fabrizio Moro: «Un disco ha bisogno di tempo»

Da venerdì 14 novembre è disponibile solo in formato fisico ‘Non ho paura di niente’ (BMG), il nuovo progetto discografico di Fabrizio Moro. Anticipato dalla titletrack e dal singolo In un mondo di stronzi, il disco è accompagnato dalla release digitale del brano Scatole, che completa il quadro emotivo e sonoro di questo nuovo capitolo.

‘Non ho paura di niente’ è il decimo album in studio di Moro, frutto di due anni e mezzo di lavoro non immune da crisi e fragilità, come confessa lo stesso cantautore. “È un album in cui ho messo tanto cuore e tanto fegato, come sempre, ma rispetto ai dischi precedenti, questo è stato più “sofferto”: è nato in un momento in cui ho provato un disagio generale, ero deluso da tutto quello che stava accadendo intorno al sistema musicale italiano», racconta.

Cosa ti ha messo in difficoltà?
Oggi viviamo tutto sempre di fretta. Si corre anche nel mondo musicale, si pubblicano brani e album a distanza di poco tempo. Sono cresciuto in un mondo differente e per me fare un album è un processo diverso, richiede tempo. Dietro a questo album c’è un importante e lungo lavoro di scrittura, di pensiero, di produzione e di tanto altro.

Ad accompagnare il disco, arriva in radio il singolo Scatole. Ce lo racconti?
Io purtroppo ho il problema dei traslochi: ho cambiato sei case in dieci anni. E ogni volta che mi sposto mi porto dietro le mie scatole. Quando le riapro per sistemare le cose, mi faccio dei viaggi immensi, perché mi rendo conto che il tempo non passa così in fretta come crediamo. Sai, è un luogo comune dirci “ammazza come passa il tempo”. In realtà, almeno per com’è scandita la mia vita, passa lentamente. Perché quando ritrovo le cose che ho fatto e che sono finite lì dentro, mi accorgo che di tempo, da una scatola all’altra, ne è passato tantissimo.

Ci trovo oggetti che spesso avevo dimenticato e sensazioni che pensavo di non poter più provare. Sono viaggi bellissimi. Spero che finiscano… spero che questi ultimi traslochi siano davvero gli ultimi. Ho traslocato l’anno scorso. Però il discorso delle scatole ha a che fare anche con quell’equilibrio di cui parlavamo prima: se tu stai bene dentro, allora stai bene ovunque, in qualsiasi casa. Evidentemente ho fatto tutti questi traslochi perché c’era sempre qualcosa dentro di me che non andava, e io lo riflettevo all’esterno.

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In Mi vedi, invece, per la prima volta che non sei tu a parlare. È una cosa inusuale per te: come è nato il brano?
È venuto abbastanza spontanea. Credo sia uno dei pezzi più sinceri del disco, perché quando parlo in prima persona spesso metto dei filtri davanti a ciò che vorrei realmente dire. In quel brano ho raccontato una storia in cui io non riuscivo a confrontarmi con una persona per via delle mie turbe. E quella persona è stata molto intelligente nel capire questo mio punto debole: si è messa completamente a nudo davanti a me. Quel “Mi vedi?” è proprio questo: “Io sono così”.

Sono sempre sospettoso, non mi fido e non a caso a 50 anni sto ancora da solo, con diverse separazioni alle spalle. Ma lei è stata una delle pochissime persone – al di là del fatto che fosse la mia compagna – che si è davvero fatta leggere. E così mi è venuto spontaneo scrivere una canzone in cui è lei che parla a me. È sicuramente la cosa più diversa di questo disco, e direi anche della mia discografia: non ricordo di aver mai scritto impersonandomi in un’altra persona.

E poi c’è Simone Spaccia è un pezzo che cambia sia tonalità sia soggetto, rispetto al resto dell’album.
Sì, anche in passato ho fatto riferimento a personaggi reali, e questo a volte ha portato problemi (sorride). Tornavo nel quartiere e qualcuno mi diceva “Ma parli di me?”. Ho una fissa per il suono delle parole, e “Simone” suona bene. Mi tornava spesso quella melodia perché questo ragazzo è davvero quello che fa, quello che ha fatto: Simone spaccia. Uso spesso i personaggi del contesto sociale in cui sono cresciuto – e che è ancora vivo – per descrivere la mia realtà. Simone esiste davvero, e si chiama così. Non so se ancora spaccia, ma ecco non è stato un bravo ragazzo.

Dal punto di vista dei suoni, invece, c’è una predilezione per l’analogico, il suonato, cosa che oggi è una rarità. Come hai lavorato?
Lavoro sempre con gli stessi musicisti da vent’anni. Però più si va avanti, più si cade nel meccanismo del “fare in fretta”, che è un atteggiamento tipico dei produttori che devono correre dietro al mercato. Ma suonare è divertente. Ti perdi la parte più bella se non suoni nel disco. La parte più bella è il live, certo, ma subito dopo viene lo studio, quando arrangi i pezzi suonandoli. Io non riesco a concepire un mondo senza questa cosa.

Se mi dici “facciamo questo disco”, deve esserci comunque una struttura fatta di basso, chitarra e batteria. Poi magari arriva il disco sperimentale, dove mi metto con il produttore e la tastiera e mi diverto, ma nella maggior parte dei casi la base è quella: lo scheletro della canzone.

Katoo è un produttore giovane, che ha fatto molti successi negli ultimi anni. All’inizio, abituato a lavorare con ragazzi della nuova generazione, aveva improvvisato delle cose digitali: basso digitale, chitarra digitale… Poi però ha cambiato tutto. E non perché l’ho convinto io: si è convinto da solo. È un produttore molto intelligente, ha capito che quella roba non funzionava per questo disco. Non suonava.  E i suoni sono fondamentali per sottolineare anche l’espressione letteraria della canzone.

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ùQuindi, per trovare l’arrangiamento giusto per vestire i brani, come avete proceduto?
Lo confesso: ci sono state diverse notti insonni. Ero convinto di aver scritto un bel brano, poi l’arrangiamento iniziale – quello istintivo – non funzionava: non girava, e il pezzo sembrava rovinato. Quante volte è successa questa cosa, anche in passato! Parto dal principio che, secondo me, l’arrangiamento sta già nella scrittura soprattutto per un cantautore. Io partecipo sempre alla produzione: nei miei pezzi, quando scrivo Non ho paura di niente, so già che tipo di rullante voglio, di cassa, di giro di basso. Se il produttore mi mette qualcosa che snatura la canzone, non va bene. E non c’entra l’epoca: è che la canzone si porta dietro il suo suono naturale, il suo vestito. Se cambi anche solo una frequenza del rullante, per me il pezzo cambia completamente.

Ed è qui che a volte si rischia di rovinare l’essenza di un brano per renderlo più moderno. Ma è meglio farlo suonare “vecchio” e mantenere intatta l’essenza, perché quando una cosa arriva, non arriva perché è moderna. Arriva perché è vera, sincera, trasparente. E la sincerità sta anche nel vestito, non solo nel testo o nella melodia.

E per i prossimi live a cosa stai pensando? Parti dal Palazzo dello Sport di Roma e poi ci saranno i club in giro per l’Italia.
Credo che ogni contesto in cui suonerò mi rappresenti. Questo è un disco che puoi suonare a teatro, al palazzetto, nel club o in piazza. Non c’è un contesto che preferisco o che sia più adatto alle mie canzoni. So solo che quella è la parte più importante, davvero. Anche perché con i numeri delle vendite di oggi la dimensione live è diventata fondamentale. Una volta si faceva un disco e basta, alcuni artisti negli anni ’80 neanche andavano in tour: lo stesso Battisti, per dire, non è che facesse tanti concerti. Oggi invece è la prassi: si fa un disco per andare a suonare dal vivo.

Si parlava di traslochi. Ma un salto in riviera, a fine febbraio, lo faresti?
Dico la verità: è una cosa che mi terrorizza, proprio fisicamente. Io sono un po’ traumatizzato da Sanremo, me ne rendo conto quando vado, che ne so, a Domenica In o in altre trasmissioni.  Quando sono nel backstage e mi viene l’ansia perché devo cantare dal vivo, penso sempre a Sanremo. E mi dico: “Se già mi viene così, immagina se fossi nel backstage dell’Ariston… che faresti?”. Dovrei prepararmi psicologicamente per affrontare una roba del genere. Ho notato poi che il Festival è cambiato molto: è diventato sempre più uno spettacolo televisivo e ha sempre meno a che fare con la gara canora della tradizione italiana.

Questa cosa mi spaventa, perché ho la sensazione che oggi non basti più una bella canzone. Se scrivessi Portami via o Pensa o Non mi avete fatto niente, che sono brani che mi hanno cambiato la carriera, forse oggi non basterebbero più. Servirebbe un compromesso tra il Festival di oggi e il Fabrizio Moro di oggi. Se trovassi quell’idea, certo: la proporrei subito a Conti o al prossimo direttore artistico. Ma per ora non ce l’ho.

Sanremo 2027, Pippo Baudo: che ricordo hai?
Ne ho diversi legati a Pippo, perché per un periodo abbiamo continuato a sentirci. Nella vita sono fondamentali le persone che ti aiutano quando ne hai bisogno. Da calabrese, quando ho avuto bisogno – pochissime volte, perché sono orgoglioso – le persone che non mi hanno dato una mano me le sono legate al dito. Non riesco a essere leggero su questa cosa, perché ho sofferto molto durante il mio percorso. E allo stesso modo, le persone che mi hanno aiutato me le ricordo con amore: per loro mi taglierei un braccio, davvero. Le ho tutte tatuate nel cuore.

E una di queste, forse la più importante, è stata proprio lui. Certo, avevo trovato un produttore che mi ha aiutato, un manager, musicisti che hanno lavorato gratis all’inizio… tutte persone che amo e che mi hanno amato. Ma la persona di potere che arriva, ti prende e ti dà la possibilità di svoltare la vita è un’altra cosa. Perché la persona di potere, spesso, non ha questa accortezza. Pippo era una persona di grande potere, eppure ha dedicato parte di quel potere a uno che da solo non ce la faceva. Per me è stato un gigante.

Quando se n’è andato, io non sono uno che fa la retorica della commozione… ma sono voluto stare lì, vicino a lui fino all’ultimo momento, da solo. Perché è la persona che oggi mi ha permesso di essere qui con voi a raccontare le mie cose. Questa cosa non me la dimenticherò mai. Come non dimenticherò mai chi mi ha aiutato, e neanche chi, invece, ha fatto l’opposto.

Foto Shipmate via ufficio stampa

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